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La dedica Ad Andrea e ad Andrea, posta all'inizio del film, esaurisce tutto il
rapporto che ha il film stesso con Giuseppe Pontiggia. I due Andrea sono l'attore
Andrea Rossi, protagonista del film ed Andrea Pontiggia, figlio dello scrittore.
E' pomeriggio inoltrato e siamo in compagnia del regista Gianni Amelio, a Reggio
Calabria per la presentazione del suo nuovo film Le chiavi di casa, passato in
concorso a Venezia e candidato per la corsa all' Oscar come miglior film straniero.
Promossa dal circolo del cinema "Cesare Zavattini", la manifestazione
ha visto il regista impegnato nella promozione anche del suo libro Il vizio del
cinema (edito da Einaudi). Dopo un interessante dibattito ed una serie di interviste,
usciamo dal cinema Aurora assieme al regista e a Paolo Minuto, Presidente della
FICC (Federazione Italiana dei Circoli del Cinema) e, in un luogo più tranquillo,
iniziamo l'intervista che si trasforma in una piacevole conversazione di oltre
due ore e mezza; anticipando le nostre intenzioni, Amelio ci parla subito del
rapporto con l'autore di Nati due volte (vedi "Il Tribuno" n. 4, Febbraio
2004, ndr):"io ho letto il libro Nati due volte solo perché spinto
a doverne fare un film. Non per un qualche impeto personale. In realtà
Le chiavi di casa è un film su di un padre che è incapace di volere
bene ad un figlio, ad un disabile. Lo accosterei molto bene ad E.T. di Spielberg.
Perché E.t. ha un solo difetto: non essere fatto come tutti gli altri bambini
della terra. E dunque: gli adulti non sono in grado di amarlo, i bambini si. Questo
è il rapporto che noi abbiamo con i diversi: li allontaniamo". L'intervista
è già, dunque, partita:
d.-- Sappiamo che l'idea del suo film è stata da lei concepita
quando ancora Pontiggia era vivo. Lo scrittore ha fatto in tempo a darle qualche
indicazione sulla sceneggiatura? Pensa che il film, alla fine, sarebbe risultato
in qualche modo diverso se non ci fosse stata la sua prematura scomparsa?
r.-- Pontiggia ha fatto in tempo a leggere il soggetto del mio film e ad amarlo
molto, perchè io l'ho spedito a lui prima ancora di darlo ai miei produttori,
accompagnandolo con una lettera. In questa lettera io spiegavo a Pontiggia le
ragioni per cui non volevo realizzare un film tratto dal suo libro. Le ragioni
sono le seguenti: la prima è che non volevo essere un intruso all'interno
di una storia privata, personale.(Nati due volte, infatti, è una confessione
che, credo, gli sia costata moltissimo. Anche se c'è scritto romanzo nella
terza di copertina: non è un romanzo). In genere io non chiedo aiuto allo
scrittore del libro per fare il mio film. Lo scrittore, ritengo, nello scrivere
quell'opera ha dato tutto quello che poteva dare. Invece per fare un film è
necessario prendersi delle libertà, che sono le libertà necessarie
per usare il tuo linguaggio e non fare una fotocopia. Se ci fate caso, sono più
riusciti i film tratti da racconti brevi che quelli ricavati da romanzi lunghi.
Tali romanzi vanno poi ridotti, bisogna ricavarne una riduzione cinematografica.
Tutto ciò come se al cinema non potesse venire riconosciuta (è roba
di 30 o 40 anni fa) la forza di essere espressivamente capace. A quei tempi, infatti,
la letteratura era arte mentre il cinema era qualcosa di minore che, qualche volta,
scimmiottava l'intensità del romanzo, senza peraltro riuscirci . Nel caso
di Nati due volte, io non mi sentivo moralmente in grado di fare ciò, di
prendermi delle libertà, trattandosi di persone (lo stesso Pontiggia, sua
moglie, suo figlio) e non di personaggi. La seconda ragione è che non riuscivo,
fino in fondo, a rendere autobiografico il testo (per fortuna, infatti, io non
ho mai vissuto la vicenda che ha vissuto Pontiggia). Allora ho cercato l'aggancio
autobiografico per sentirmi dentro le cose e non guardarle, invece, come spettatore.
Ho trovato quale legame con Pontiggia (e come tema profondo, che io racconto spesso
al cinema) il rapporto ambivalente tra due generazioni differenti, tra adulti
e giovani, tra padri e figli, tra fratelli. Ed il senso di colpa che padri e figli
si portano dietro perché pensano di non essere riusciti a dare tutto quello
che era necessario dare all'altro. Gli agganci al senso di colpa ed al senso profondo
del libro di Pontiggia (che, giova ricordarlo, è un libro non solo su un
figlio ma anche su un padre) è stato l'inizio della costruzione del mio
film.
d.-- Nel romanzo L'arte della fuga Pontiggia giocava molto sulla forma
del testo. Il suo film, nello stesso spirito, quando deve descrivere una determinata
situazione cambia anche nella forma (nelle inquadrature, ad esempio)?
r.-- Io ho cercato il massimo della semplicità. Questo è un film,
per parafrasare Elsa Morante che ho dedicato "all'analfabeta per il quale
io scrivo". E' un bell'ossimoro; il cui senso è: io devo riuscire
ad andare al cuore delle persone che non hanno i mezzi sofisticati per capire
un linguaggio sofisticato. E devo usare un tono di voce che sia comprensibile
anche da coloro i quali non sono in grado di capire certe sottigliezze stilistiche.
Da ciò è nato un film che è l'emblema della semplicità.
Io ho fatto un film solo con la macchina da presa piccola (in Super 16). Non
ho voluto nemmeno un cavalletto, un carrello, né la bella scrittura né
il gioco del linguaggio. Non ho fatto tutto ciò che, di solito, si fa
per dimostrare di essere un regista. Non per voler essere didascalici, il gioco
forma-sostanza è presente nel suo cinema? se deve filmare un primo piano
triste, diventa triste anche il suo primo piano, o è asettico, o è
allegro? Se devo filmare una scena triste mi metto in una situazione allegra
(come persona, intendo). Se io stesso mi metto a piangere, la scena triste verrà
fuori ridicola. I film realmente drammatici si fanno quando l'autore è
in pace con se stesso. Altrimenti, le due cose raddoppiandosi provocano l'effetto
contrario. E' più facile raccontare una storia come questa se si prendono
le distanze. Intendo: le distanze dettate dal linguaggio. Ovvero: bisogna non
mettersi con tutte le scarpe dentro l'argomento. Ma bisogna tendere a trovare
una leggerezza di tocco che ti faccia restare un po' estraneo (mentre sei dentro).
Questo l'ho imparato sulla mia pelle.
d.-- Quello che lei ha descritto in letteratura è il romanzo
ottocentesco. Flaubert, ad esempio, stava fuori dal suo romanzo, e la storia
scorreva senza di lui. Oggi però, come nella letteratura si gioca molto
con la forma, nel cinema si inventa molto anche sulle immagini. Non crede che
anche questo sia un modo di fare del cinema ?
r.-- Vedete, io proprio per non voler essere ottocentesco (nel senso della onniscienza
dell'autore) non ho mai fatto inquadrature che non fossero punti di vista dei
vari personaggi. In molti film è presente, sempre, la cosiddetta inquadratura
di ambientazione che in inglese è detta l'inquadratura che ti da il luogo
dove si svolge la scena. Questo è un modo rozzo di essere ottocenteschi.
Cioè quello lì è proprio il punto di vista dell'autore
che ti guarda dall'alto e ti possiede. Nel mio film, invece, non c'è
mai un'immagine che sia esterna ai personaggi. Sono, cioè, immagini che
mettono in relazione due personaggi o immagini che danno le loro rispettive
soggettive (dell'uno verso l'altro). Le chiavi di casa è un film dove
il punto di vista è quello interiore dei personaggi. Il film, per fare
un esempio, è ambientato a Berlino. E Berlino non la si vede quasi mai.
La si vede solo quando un personaggio ce la fa vedere (se sta vicino ad una
finestra, se cammina su di una strada).
d.-- In cosa il cinema può ispirarsi ad un romanzo?
r.-- Non trovo che un cineasta possa rifarsi ad un'autore nel senso del linguaggio.
L'unica cosa in cui possono diventare tutt'uno è il sentimento, il senso.
Ritengo che se Pontiggia potesse vedere il mio film direbbe che è, in
assoluto, il più fedele che si potesse trarre dal suo testo. Anche se
non c'è nemmeno un fatto (anche minimo) che accomuni il libro ed il film.
Tullio Kezitch ha rilevato l'occorenza che l'aver cancellato, nel mio film,
tutti i fatti mi ha dato la possibilità di arrivare alla sostanza. A
questo io aggiungerei: il fatto di non aver tradotto io stesso il libro mi ha
dato la possibilità di scoprire quello che sta scritto tra un rigo e
l'altro; quello che Pontiggia ha scritto nella parte bianca della pagina; tutte
quelle cose che lui non ha avuto il coraggio, la possibilità e la voglia
di scrivere. Facendo così sono arrivato all'essenza delle cose.
d.-- Riallacciandoci per un attimo a quella che lei ha definito la
semplicità del film, l' esigenza di raggiungere, con delle semplificazioni,
un pubblico che sia di gran lunga il più vasto possibile non può
incappare nel rischio di lasciar cadere la sostanza della comunicazione stessa
?
r.-- Il mio non è un cinema né narcisistico né autoreferenziale
e nemmeno un cinema che si guarda l'ombelico. E questo cinema è spesso
di successo. Il problema dell'handicap viene molto frequentemente affrontato
privilegiando il punto di vista della società (che si trova a dover accogliere
il singolo soggetto) rispetto al punto di vista del diversamente abile che viene
a trovarsi nella condizione di dovere vivere in quella società.
d.—Quanto può essere importante il cinema per sensibilizzare
non tanto le persone, quanto chi si trova a detenere le leve del potere ?
r.-- La mia risposta, in questo caso, è chiara: il cinema non solo non
può ma non deve fare niente di tutto questo. Il problema delle infrastrutture
è un problema che riguarda le amministrazioni locali, chi ci governa,
i politici tutti ma che non riguarda la comunicazione letteraria o cinematografica.
Io non credo e mai crederò al cosiddetto cinema impegnato , quello che
dovrebbe spostare i dati di fatto delle cose. Il cinema è semplicemente
una fabbrica di emozioni. Il cinema non sposta di un millimetro i problemi sociali.
I problemi sociali vanno dibattuti in un'altra sede che è una sede lontanissima
dalla sala cinematografica.
d.-- Quindi non crede nel cinema del tipo di Farheneit 9//11 di Michael
Moore?
r.-- E' un film di una disonestà che fa paura. E' il film di uno che
è altrettanto sporco quanto lo è Bush. Io ritengo, per esser più
chiaro, che il cinema non deve fare proclami e comizi. Il cinema deve raccontare.
E' chiaro che raccontando, attraverso le emozioni che uno prova, ci si può
fare delle idee, si può riflettere, pen-are. Ma guai se tutte queste
attività vengono svolte quando si è in sala. Ciò vuol dire
che quel film ti è completamente estraneo. In quel caso, tu potresti
benissimo rimanere in casa e leggerti un articolo su di una rivista.
d.-- A questo proposito vorremmo farle una domanda a cui teniamo molto:
come si fa a capire chi affronta anche temi delicati con onestà intellettuale
e partecipazione sincera da chi invece ci lucra sopra, facendone una mera questione
di box-office?
r.-- E' una questione di linguaggio. Perché il primo atto di onestà
o disonestà sta tutto nel linguaggio. Il linguaggio autoritario, che
gli autori non onesti usano, è un linguaggio che si morde la coda. Ovvero:
è un linguaggio che diviene colpevole delle stesse oscenità delle
quali si vuol fare giudice. Occorre guardare il film senza alcun pregiudizio
di sorta per capire bene come stanno le cose rispetto a quel film. La conoscenza,
ad esempio del mio film, deve essere diretta. Personalmente, se vedo un film
che non è onesto: riesco anche a staccarmi da esso. In realtà
il signor Moore deve essere grato a Bush ed alla sconcezza della politica di
Bush: perché non ha fatto che lucrarci sopra. Moore è uno che
senza Bush non sarebbe nessuno.
d.-- Quanto o cosa ha aggiunto rispetto al suo punto di vista nell'affrontare
l'argomento al risultato finale del suo film la presenza del giovane Andrea
Rossi, che il problema dell'handicap lo ha vissuto e lo vive in prima persona
?
r.-- Ha aggiunto quello che, forse, voi non vi aspettereste che io vi dica.
Mi spiego: voi forse vi aspettereste che io affermi che Andrea ha aggiunto la
coscienza del suo dramma, la verità del suo problema. Andrea mi ha, invece,
portato l'allegria. Mi ha portato quello che io non potevo sospettare ci fosse
in una persona così. Io, infatti, mi aspettavo che un handicappato, nei
confronti dell'esistenza, avesse un atteggiamento in cui fosse il dolore a prevalere
su tutti gli altri sentimenti. Invece Andrea mi ha fatto capire che cos'è
l'attaccamento alla vita. Cioè: che cosa è il fatto di non volersi
piangere addosso ma di costruire sul dolore le cose.
d.-- Vasco Rossi, recentemente, si è detto felice che la sua
canzone Quanti anni hai sia stata inserita nella colonna sonora del suo film.
E' vero che l'idea è partita dal giovane Andrea Rossi ? Che lei sappia,
c'è qualcosa che lega, in maniera particolare, il ragazzo proprio a quella
canzone ?
r.-- Forse c'è qualcosa che lega Andrea a tutto Vasco Rossi. Lui ha tutte
le canzoni di Vasco. E forse c'è qualcosa che lega me a Vasco (senza
che io me ne accorga). Infatti nel ladro di bambini una sua canzone (Albachiara
) veniva canticchiata, quasi parlando, da un personaggio che, ad un certo punto,
faceva: respiri piano per non far rumore/ ti addormenti di sera e ti risvegli
col sole (Amelio la canticchia per noi quasi parlando, come il suo personaggio,
nda). Nel caso delle Chiavi di casa non volendo, io, imporre proprio nulla ad
Andrea, gli ho detto: "vorrei che tu cantassi una canzone. Quale canzone
ti piace ?". Andrea mi ha risposto: "voglio cantare quanti anni hai”
d.-- Ritiene che la percezione del problema dell'handicap che hanno
le persone normoabili sia vicina alla realtà o è ancora troppo
legata a pregiudizi, ignoranza e preconcetti ?
r.-- Io sono sempre un po' fuori dal coro. Non penso che ci possano essere preconcetti
perché non c'è una conoscenza sufficiente (intendo: dei disabili
da parte delle e persone normali). Intanto perché non c'è un disabile
uguale all'altro. Per me vale quello che, ad un certo punto, viene detto nel
film: "Finchè il disabile è un bambino sono tutti pronti
a commuoversi, ad aiutarlo, accarezzarlo, il problema è quando il disabile
cresce. Allora tutto cambia". Noi, degli handicappati, in realtà
sappiamo pochissimo. Perché abbiamo paura di saperne di più. Noi
vogliamo, solo, lavarcene le mani. Vogliamo sentirci la coscienza a posto (usando,
magari, un linguaggio politicamente corretto) e non riusciamo a renderci conto,
nemmeno, che il disabile sta peggio nella struttura ospedaliera che lo sta ospitando.
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