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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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le nostre interviste
Nostra intervista al noto musicista
Gianni Maroccolo, dai Litfiba ad A.C.A.U.
Franco Battiato, Carmen Consoli, Piero Pelù, Jovanotti, Francesco Renga e Cristina Donà tra gli artisti ospiti del suo primo disco “multisolista”
di Antonio Aprile
Documento senza titolo … passando per C.S.I e P.G.R. Una cosa si può affermare con certezza: Gianni Maroccolo ama gli acronimi! Vi diciamo subito che non siamo riusciti nella nostra intervista a farci svelare il segreto di quello che da il titolo al suo disco multisolista. Ci ha fatto capire che è qualcosa che attiene alla sua sfera strettamente personale, intima addirittura e allora non abbiamo voluto insistere, quando si tratta dei sentimenti bisogna avere il massimo rispetto e non fare forzature, d’altra parte come dicevano i latini, Nec scire fas est omnia, non è lecito sapere tutto. E Allora proviamo a mettere un po’ di ordine in quest’ articolo. Non è facile, perché Gianni Maroccolo ha una carriera ventennale alle spalle sia come musicista che come produttore di tantissimi gruppi e scopritore di talenti: è conosciuto al grande pubblico come bassista e fondatore dei Litfiba, il gruppo che più di ogni altro ha contribuito a creare un background rock italiano nei lontani anni 80. Forse solo i Subsonica tra i gruppi che sono emersi al grande pubblico, oggi possono essere paragonati a quello spirito nuovo, alieno dalle mode e originale incarnato dai cinque musicisti fiorentini. Lasciati Piero Pelù e Ghigo Renzulli a proseguire da soli la loro carriera, Maroccolo passa attraverso varie esperienze fino ai C.S.I., il Consorzio Suonatori Indipendenti capeggiato da Giovanni Lindo Ferretti, nato dalle ceneri dei CCCP. Dopo dischi notevoli che hanno venduto tantissimo arriva l’ esperienza dei P.G.R. e A.C.A.U., il disco solista di Gianni Maroccolo, anzi multisolista perché sulle musiche scritte da lui si sono avvicendate le voci ed i testi di molti importanti artisti italiani; un disco che è prima di tutto un incontro, perché è di incontri che si ‘nutre’ Gianni Maroccolo.

AA- ‘A.C.A.U. La nostra meraviglia’ è il tuo primo disco multisolista. Cos’è che ti meraviglia oggi?
Gianni Maroccolo - Mi meraviglia provare ancora “molta curiosità”. Avere molta voglia di imparare, di sperimentare, di incontrarmi con gli altri. Mi meraviglia soprattutto come si sta rigirando il nostro universo umano che per certi aspetti progredisce per altri, invece, diventa ogni giorno più triste. Chi sta bene migliora e chi sta male sta molto peggio.

AA- Il tema del mare è molto presente nel tuo disco: a cominciare dalla splendida immagine in copertina, continuando nei suoni, finendo in molti testi. Si può definire un conceptalbum?
GM-Non saprei ... Sta di fatto che insieme alla musica il mare è la mia più grande passione. Non a caso mi ritrovo “musicista per caso”. La vita mi ha portato altrove, ma avevo provato da giovane a percorrere una strada diversa, quella del mare appunto. E se tutto fosse andato nel verso previsto oggi mi ritroverei su delle navi in giro per il mondo. Ma nella vita mai avere certezze: dall’oggi al domani capita che ti ritrovi nel punto opposto a quello che avevi immaginato.

AA- Franco Battiato, Piero Pelù, Carmen Consoli, Francesco Renga, Jovanotti, Cristina Donà, Giovanni Lindo Ferretti, Federico Fiumani, ecc. Insomma ospiti eccellenti nel tuo disco. Quali sono i momenti più belli, musicalmente parlando?
GM- Umanamente parlando innanzitutto, posso affermare di avere vissuto momenti incredibilmente intensi, unici e indimenticabili. Musicalmente è un progetto che adoro nel suo insieme, poi a livello intimo e privato ogni canzone e ogni incontro ha un suo significato preciso, ma intimo appunto. Un pò come il titolo di questo disco. In assoluto posso dire di essere davvero molto affezionato a Meloria’s Ballade e alla collaborazione con Cristina Donà, divenuta poi, non a caso, la “testimonial d’eccezione” di tutto il progetto.

AA- Nel brano di Jovanotti, una parola come guerra entra nel tuo disco, senza rumore. Come vivi le tematiche sociali del mondo moderno?
GM - In modo molto privato. Cerco appunto di non mischiare tematiche sociali e politiche con la musica. Il senso civico di ognuno di noi dovrebbe manifestarsi, a mio modesto avviso, in gesti e scelte individuali che, per chi fa musica, dovrebbero andare aldilà della musica stessa.

AA- L’incedere teatrale di alcuni brani mi fa tornare in mente l’ Eneide di Krypton. Sto dicendo un’eresia o. capita pure a te di cercare delle similitudini in ciò che ascolti? E’ una deformazione che bisognerebbe evitare?
GM-La musica esiste per essere ascoltata. Per dettare emozioni ... Ed è giusto che ognuno provi le sue, che ognuno scopra la sua chiave di lettura personale. Non credo quindi tu che stia dicendo un’eresia, ciò che senti è legittimo. Da parte mia posso solo dirti che ho un modo di fare musica da cui ovviamente è difficile prescindere e quindi trovo naturale che in ciò che faccio o nei progetti a cui collaboro si “senta” una sorta di filo conduttore e un “segno” di un certo tipo.

AA - La dedica a tuo padre, a Ringo, all’amicizia, alla condivisione delle esperienze e alla generosità di chi ha collaborato, con questa ingenuità fanciullesca di chi si sorprende che tanti artisti abbiano aderito subito al tuo progetto, Cercare cosa abbiamo in comune che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide, è un pò questo il senso del tuo progetto con tanti artisti?
GM-In assoluto SI. Niente da aggiungere a quanto dici.

AA- Trovo molto bello vedere musicisti importanti suonare in piccoli pub. Tu come ti poni di fronte all’aspetto del ‘mito’ da musicista di successo e al ‘mito Gianni Maroccolo’ in particolare?
GM- Non mi pongo in nessun modo. Anzi, sorrido perché non mi sento nè artista di successo né tantomeno “un mito”. Per me l’importante è poter suonare, ogni spazio possibile dove si possa fare musica dal vivo a me va bene. Oddio, quasi tutti a dire il vero, potendo scegliere, eviterei i palazzetti dello sport!

AA- in un’intervista, il regista Gianni Amelio, mi ha detto che secondo lui il cinema non sposta di una virgola i problemi sociali, quindi non deve far proclami ma solo raccontare. Francesco Pisaneschi dei Luciferme invece mi ha detto di non credere agli artisti che scrivono canzoni sulla guerra o sulla fame e poi vivono in megaville lontani da queste problematiche. Tu sei d’ accordo? La musica può occuparsi in maniera credibile di queste cose? Può spostare i problemi sociali?
GM -La musica non può spostare né condizionare minimamente i problemi sociali, ma può giocare un ruolo fondamentale se gestita “onestamente”. Quello di “ricordare” e quindi di mettere a conoscenza e invitare alla riflessione individuale. Dopodiché diventa comunque una scelta personale cosa fare, come, perché. Non credo nemmeno io alla “canzone impegnata” pregna di slogan e di “indicazioni” su ciò che si deve o non deve fare. Ogni aspetto sociale deve avere dei riferimenti precisi, quelli politici appartengono alla politica ... per quanto, meglio lasciare perdere.

AA- Senti che la gente ha di te la giusta dimensione o c’è qualcosa che pensi nessuno abbia afferrato e tieni a far conoscere?
GM-Fare musica è un’esigenza primaria e intima della mia vita. Una sorta di necessità. Un mezzo, forse il più congeniale per me, di comunicare. Per scelta sono stato sempre volutamente lontano dai “riflettori”, ho preferito la strada della discrezione, dei fatti che devono parlare di per sè. Ciò che conta è la musica, il resto non ha nessun valore per me.

AA- Mentre preparavo questa intervista pensavo: devo evitare di chiedergli dei Litfiba…. A questo punto però non ci riesco. E’ un pò come avere davanti Roger Waters e non pensare a lui come ex- bassista dei Pink Floyd. Ti secca che ti chiedano sempre dei Litfiba? In che rapporti sei con Piero, Ghigo e Antonio?
GM-No problem a parlare di e dei Litfiba. Credo di essere in buoni rapporti con tutti i miei vecchi compagni di viaggio. Ma sai, andrebbe chiesto anche a loro se realmente è così.

AA- I ‘tuoi’litfiba erano molto orientati sulle tastiere e sul tuo modo un po’ atipico di suonare il basso, più da chitarrista, come tu stesso hai ammesso, anche nei suoni, secondo me, in cui prediligevi più le frequenze alte (penso a ‘Tziganata’ o alla bellissima ‘Pierrot e la luna’). Ritieni di essere stato un po ‘ l’ apripista’ per questo modo di suonare in Italia?
GM-Non lo so. Ritengo di essere un bassista molto atipico e tutto sommato “personale”, ma fondamentalmente mi ritengo un “musicista” ancor prima che un bassista. Vengo dalla musica elettronica, dai sintetizzatori analogici, insomma non sono mai stato “uno strumentista” incallito. Uso qualsiasi strumento mi capiti per esprimermi con la sana incoscienza dell’autodidatta.

AA- Il tuo gusto per la melodia ti ha fatto mai sentire stretto nel ruolo di bassista (mi viene in mente il bellissimo solo di basso fretless su ’ballata’)?
GM-No. Riesco ad esprimermi al meglio con il basso e quando mi sento limitato uso altri strumenti: chitarre, synt, pianini elettrici ... Ripeto, mi ritengo un “musicista”.

 
 

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