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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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le nostre interviste
Intervista con Michele Giuttari, "nuovo maestro del thriller italiano" e funzionario della polizia che ha indagato sui delitti attribuiti al "mostro di Firenze".
Le lettere dello "SCARABEO"
di Gianfranco Cordì
Documento senza titolo I tavolini del bar dell'"Oasi" di Pentimele sono ordinati sul lato sinistro dello slargo. Da essi, sedendosi, si può quasi toccare il mare. Michele Giuttari, io ed Antonio Aprile stiamo tutti attorno ad un tavolino bianco. Giuttari si trova a Reggio Calabria in qualità di ospite dell'ultimo dei Caffè letterari organizzati dal circolo "Rhegium Julii". Lo scrittore ci tiene, subito, a puntualizzare che "io sto girando tutta l'Italia per il libro, la settimana scorsa ero sulle Alpi, la prossima sarò a Porto Cervo, in Sardegna. E qualche volta capita, anche tra il pubblico, che qualcuno mi rivolga qualche domanda su delle attività specifiche... In questi casi mi piace subito puntualizzare che io non posso rispondere". Infatti, Giuttari, non può rispondere ad alcune domande sulla sua professione perché, nel suo caso, non si tratta di uno scrittore a tempo pieno, ma di un funzionario delle forze di polizia. Il suo curriculum è di tutto rispetto, in questo senso: dapprima alla mobile di Reggio Calabria, poi capo della squadra mobile di Cosenza e quindi alla DIA di Napoli, per approdare a Firenze. Dove dirige la mobile (sino al 2003) occupandosi dell'autobomba agli Uffizi, tra l'altro, e dei delitti del cosiddetto "Mostro di Firenze". Dal 2003 fa parte di uno speciale pool che ha il compito di indagare sui presunti mandanti dei delitti del "Mostro". Giuttari, dunque, non può parlare della sua professione. Avvertiti di questo, io ed Antonio Aprile orientiamo la nostra intervista soltanto sull'attività di romanziere di Giuttari.

D-- Dopo l'esperienza di Domenico Cacopardo (col suo Italo Agrò) l'esordio di Michele Ferrara in Scarabeo segna l'ingresso di un altro autore proveniente dalle istituzioni che fa della narrativa. Quanto il suo concreto impegno dentro le istituzioni dello Stato ha inciso nella decisione di raccontare una certa vicenda in cui pure si possono rinvenire delle indagini di polizia) ? Cioè: la letteratura è in tutto è per tutto fiction (finzione allo stato puro) o nasce e cresce da qualcosa di effettuale ?
R-- Nel mio caso direi che l'ispirazione è determinata da fatti di vita vissuta anche se poi, con l'elaborazione della fantasia dello scrittore, tali fatti vengono per così dire rivoltati. Quindi mi è capitato (per esempio anche nel libro che attualmente sto scrivendo) di andare a pescare dentro fatti effettivamente vissuti in 27 anni di carriera nella polizia dello Stato, ma che, chiaramente, vengono rielaborati e contestualizzati in posti diversi ed in epoche, altresì, diverse. Dopo aver terminato il libro ad un'esame di queste fonti di ispirazione dei fatti veri ne è rimasto pochissimo. Anche in Scarabeo ci sono degli input da episodi reali, ma nella stesura finale del libro nessuno è stato mantenuto nella sua realtà obbiettiva.

D-- E' difficile estraniarsi dalla propria esperienza?
R-- Ogni scrittore parla un po' di se. Scrivendo thriller scrivo molto di me anche come poliziotto. Ad esempio lo faccio quando parlo dei metodi di indagine che segue Michele Ferrara, che sono dei reali metodi di indagine che io ho attuato ed attuo. Ed ancora, nella tecnica dell'interrogatorio, nella tecnica delle perquisizioni, nelle incursioni dentro le abitazioni (nel libro: la villa di Bellosguardo), dove predomina l' esperienza della mia vera attività di poliziotto.

D-- Nella tradizione italiana abbiamo avuto Giorgio Scerbanenco, Santo Piazzese, Domenico Cacopardo, Carlo Lucarelli, Leonardo Sciascia, Loriano Machiavelli, Fruttero & Lucentini, lo stesso Gadda del Pasticciaccio e, da ultimo, Andrea Camilleri, per citarne alcuni. Lei come si colloca in questo contesto ? Ed i suo modelli, se ce ne sono, quali sono stati ?
R-- Devo dire che questa è una domanda che mi sento ripetere spesso. Io, lo ammetto, ho sempre una certa difficoltà a rispondere. Non riesco ad individuare un'investigatore di carta a cui possa paragonarsi il mio Michele Ferrara che sarà il protagonista anche del nuovo libro che sto scrivendo.

D-- Ha intenzione di intraprendere una specie di filone su Michele Ferrara ?
R-- Credo che sia una circostanza, in qualche maniera, spontanea. Il mio agente prima che il libro fosse pubblicato in Italia ha proposto il manoscritto di Scarabeo a degli editori stranieri. I quali, dal canto loro, non mi conoscevano affatto come autore. Tre paesi europei hanno, allora, acquistato il romanzo ( Francia, Spagna e Germania ). Questo, per me, è stato un segnale su quello che poteva essere il valore della mia opera. Questa attenzione dei paesi europei e, successivamente, quella della Rizzoli, che l'ha pubblicato in Italia, ha fatto si che questi editori mi richiedessero un contratto anche per un libro successivo. Si è venuta, così, a creare una situazione spontanea che ha determinato la decisione di dare una continuazione alle avventure di Michele Ferrara.

D-- Lei, questa sera, è qui in qualità di autore di un romanzo. Il suo è un libro di misteri e morte, in qualche modo. Sente di avere nelle sue corde la possibilità di un romanzo diverso di un romanzo di altro tipo e con altri riferimenti culturali o si vede impegnato soltanto in questo genere di racconto?
R-- Mi sento impegnato solo in questo genere di racconto. Una vita nella polizia giudiziaria (cioè nel ramo delle indagini) mi ha dato davvero tanto nel coltivare questa passione per la scrittura che io avevo da tempo, anche dai tempi in cui stavo a Reggio Calabria; poi Firenze magari mi ha dato una maggiore ispirazione, ha fatto venire fuori questa aspirazione mia, repressa per tanto tempo. A me risulta naturale scrivere dei gialli.

D-- Oggi sembra esserci uno scollamento tra la fase investigativa di chi individua i presunti colpevoli e quella giudiziaria di chi stabilisce le pene. Ha mai avuto l'impressione che questo stato di cose intralci, in qualche modo, il normale corso della giustizia e svilisca ( o renda frustrante ) il lavoro investigativo?
R-- Ritengo che, all'interno di un processo, una parte di grande rilevanza è rivestita dalla polizia giudiziaria, quindi dall'organo che conduce le indagini e, in particolare, da quegli ufficiali che effettuano i primi interventi. Sono convinto, dopo anni ed anni di esperienza, che i processi nascono bene se partono bene le indagini. Anche perché i primi atti delle indagini molto spesso sono atti irripetibili. Ovvero degli atti che, sostanzialmente, possono essere realizzati solo in quel momento. Mi riferisco ai sopralluoghi, alle perquisizioni, agli interrogatori. Se l'indagine parte col piede giusto è molto probabile che si avrà un bel processo. Vedete, di solito si è portati a vedere solo la fase dibattimentale, ma è chiaro che lì si discute delle indagini, delle fonti di prova che sono state raccolte; quindi se sono state raccolte delle prove importanti , molto forti, il processo porterà a delle certezze; indizi più o meno labili possono essere interpretati in maniera diversa dai giudici, e quindi ci potrebbero essere diverse opinioni nei vari gradi di giudizio. Nel nostro ordinamento procedurale penale vige, infatti, il principio del "libero convincimento del giudice" e, in base a detto principio, gli indizi possono essere valutati in maniera diversa. Si può assistere, allora, a sentenze di assoluzione in 1° grado e di condanna in 2° grado e viceversa. Ma se, ribadisco, l'indagine ha condotto ad un grado probatorio forte con fonti di prova che, in dibattimento, si sono trasformate in certezze, sono convinto che, nei vari gradi di giudizio, qualsiasi giudice tenda a concordare con le indagini delle forze di polizia.


Ringraziamo Giuseppe Casile, Presidente del Circolo Culturale Rhegium Julii, e Michele Giuttari per la cortesia e disponibilità

 
 

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