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Quali sono i “Difetti dei calabresi”? Non ne parla mai nessuno forse
perché si teme che in qualche modo ci si possa autoflagellarci senza necessita
perché, nel frattempo, ci pensano gli altri a denigrarci. Ma questa autoanalisi
è necessaria perché dobbiamo pur capire il motivo per il quale tutte
le regioni povere sono andate avanti in questi ultimi dieci anni, mentre la Calabria
è rimasta paurosamente indietro. E’ fin troppo noto il deficit di
classe dirigente, i ritardi storici, la natura benigna per le bellezze uniche
ma matrigna perché ha confinato il territorio in un isolamento geografico
e geopolitico, le inadeguatezze della partitocrazia a fare il resto. Forse alla
base di questo ritardo c’è una questione antropologica che impedisce
al calabrese di essere meno individualista, incapace ad associarsi e, quindi,
a fare sistema che è l’unico modo per competere oggi.
Abbiamo avvicinato un demologo, ossia uno studioso di tradizioni popolari, uno
che, per professione, tende a rovesciare il guanto dell’autenticità
del vissuto, quelle che una volta si chiamavano le proprie radici. Il professor
Leonardo R. Alario, professore a contratto di storia delle tradizioni popolari
all’Unical e presidente dell’Istituto di ricerca e di studi di demologia
e di dialettologia di Cassano allo Ionio è un signore che ha superato la
mezz’età senza mai allontanarsi dai libri e dall’insegnamento.
--Professor Alario, il presidente Ciampi in visita a Caltanisetta ha
parlato di cosa intollerabile il ritardo del Sud che è una “questione
nazionale”. Ci sono stati cori di apprezzamento come se, con tutto il
rispetto, fosse stata scoperta l’acqua calda. Noi però, nel nostro
piccolo, abbiamo una “questione calabrese”, che è cosa grande
anche se non si sa con precisione se sia un’appendice alla “questione
meridionale” oppure una patologia impazzita, un eczema o cos’altro,
ma dicevo: la “questione calabrese” contiene nelle sue viscere profili
che rimandano alla storia, alla geografia, all’economia, alla sociologia.
Manca però nella categoria delle discipline interpretative forse la più
importante rispetto, appunto, al “Caso Calabria”. L’antropologia.
Ne vogliamo parlare?
«In effetti è vero quello che lei dice perché noi abbiamo
pensato sempre alla “questione meridionale” come se fosse una questione
di altri, riguardasse gli altri, nel senso che spettasse agli altri risolvere
i problemi del Meridione. E così anche la “questione calabrese”
è stata intesa in questo senso. In realtà non si tratta –
a mio giudizio, s’intende come cittadino calabrese che osserva e si pone
dei problemi – di una questione meridionale o calabrese, ma una questione
di meridionali, di calabresi».
--In che senso?
«Noi che siamo portati a delegare sempre gli altri a risolvere i nostri
problemi, dovremmo preoccuparci, finalmente, di risolvere in proprio i nostri
problemi; perché? perché ormai credo che siamo in possesso delle
conoscenze necessarie, di una cultura necessaria, di una visione del mondo e
della vita molto più ampia, che ci potrà permettere di riconoscere
i nostri bisogni, studiarli, evidenziarli, porli problematicamente, e tentare
di risolverli».
--Con che cosa?
«Con gli strumenti cognitivi che ognuno di noi possiede, che la comunità
calabrese dovrebbe possedere, ma in verità…».
--In verità…
«La questione dei calabresi è una questione che non riguarda solo
gli storici, come è successo sino ad ora, magari i politici, che riguarda
i sociologi, riguarda gli antropologi; e a studiare la questione dei calabresi
– secondo me – bisogna adottare, per riuscire, tendenzialmente a
far qualcosa di buono, studiare in un’ottica interdisciplinare, chiamando
a raccolta i politici di carriera, quelli che dovrebbero fornire un servizio
alla collettività e non a se stessi, chiamare gli antropologi che sono
gli intellettuali i quali organicamente dovrebbero calarsi nella realtà
culturale soprattutto e quindi, anche economica, sociale del paese, per indicare
i mali della nostra regione a chi gestisce il potere; indicandone, anche, le
possibili soluzioni».
--E dall’Unità d’Italia che si tenta.
«Ci furono delle inchieste storiche, e quei ricercatori, intellettuali
come Stefano Iacini, Umberto Zanotti Bianco, Manlio Rossi Doria, personaggi
che hanno tentato di vedere realisticamente quale fosse la Calabria, capendo
benissimo che la realtà molto spesso non coincide con la verità,
che dietro c’è qualcos’altro, ed hanno tentato di indicare
le soluzioni per risolvere questi problemi».
--Ahinoi, senza successo.
«Certo, le inchieste sono state fatte con l’intento di capire, le
indicazioni sono state date ma le difficoltà, in verità, ci sono
state per risolvere questi problemi perché poi la politica prende altre
strade».
--Ripartiamo daccapo.
«C’è un concausa in questi attardamenti: un problema di carattere
culturale, noi ci portiamo dietro un eredità che non ci ha permesso di
aprirci alle nuove esperienze culturali. Noi abbiamo avuto non grandi città,
abbiamo avuto piccoli e grandi paesi, arroccati, che hanno avuto la possibilità
di elaborare una cultura interna che non si è confrontata con una cultura
altra, molto spesso da un paese all’altro c’era così poco
colloquio, a pochi chilometri di distanza, che l’unico contatto era quello
del blasone popolare, l’ingiuria che si dava particolare a quel paese
vicino e basta, evitando ogni altro contatto che potesse aiutare a crescere
insieme».
--Come si dice, ci parliamo addosso.
«Le grandi correnti culturali non ci hanno attraversato, tutti ci hanno
sempre scavalcato oppure sono arrivati per conquistarci, impedendoci di affacciarci
nella visione del mondo che stava di là, noi che eravamo di qua. Finanche
i Re di Napoli scansavano la Calabria e per andare in Sicilia prendevano il
veliero ignorandoci».
--Lo facevano ancora prima i Romani.
«Con Cicerone».
--Visioni chiuse della vita.
«Tutt’ora, nonostante i laureati e diplomati che sono cresciuti
in grande numero, non siamo neppure nella situazione degli anni ’50, il
tenore di vita è migliorato, però abbiamo di questi freni. Generalizzo
ma, al netto delle punte di diamante, la nostra è una cultura angusta,
attardata».
--Ci sono pure dei pregiudizi nei nostri confronti.
«Ma da quelli dobbiamo difenderci. Non possiamo piegare la testa come
fanno alcuni intellettuali che, quando vanno al Nord, sono quelli che soprattutto
ci crocifiggono, sono quelli che, mimetizzandosi, aderiscono ai pregiudizi del
Nord. Deboli culturalmente, anche con due lauree».
--Non tutti…
«Ovviamente, però dovremmo evitare di subire egemonie culturali,
proponendo invece un nostro progetto».
--Quando pensiamo alla nostra disoccupazione record che viaggia tra
il 20 e il 30 per cento viene la tentazione di riabilitare il positivismo di
Cesare Lombroso.
«Ribadisco: il nostro è un problema culturale. La nostra storia,
nostra esperienza quotidiana, le nostre vicende non ci hanno permesso di aprirci,
per esempio, alla mentalità imprenditoriale. Siamo sempre in attesa…».
--Di cosa?
«Il nostro Medio Evo non è finito con l’emersione della feudalità
che è finita, da noi, negli anni ’50. Altrove è finita nel
tredicesimo secolo. Avendo questa mentalità feudale, quando le cose sono
finalmente cambiate, a sostituirsi ai feudatari e poi ai proprietari terrieri,
sono stati i politici i quali hanno continuato a gestire la cosa pubblica con
una mentalità feudataria. Questo ci ha frenato e ci ha impedito di sviluppare
una mentalità imprenditoriale».
--Ma ci sono state nel corso dei decenni rivolte…
«Sì, ma hanno sostituito le plebi rurali in modo burocratico, portatori
anche inconsci di una mentalità feudataria. Oggi non ci sono più
giustificazioni, la classe dirigente si deve porre come modello positivo, non
ci sono più alibi per la cultura tradizionale, il familismo amorale,
al piccolo mondo, la piccola famiglia… l’antropogeografia…».
--Del cooperativismo neanche a parlarne…
«Tranne qualche punte emergenti, le cooperative in Calabria nascono e
muoiono confermandosi come eccezione alla regola».
--L’egoismo.
«Il cittadino che non cura gli interessi collettivi è condannato
a perire egli stesso. E’ finito il tempo delle deleghe, ognuno di noi
è responsabile delle azioni che compie. Laddove la comunità non
cresce, neppure la singola persona cresce. I figli emigreranno, perdendo l’eredità
di sé, la stessa identità calabrese che spero solo che sia smarrita».
--Le radici.
«Le radici su ciò che ancora c’è di utile all’interno
della nostra cultura, arricchendosi di altre esperienze perché ormai,
in questo villaggio globale, senza il confronto con le esperienze altre, le
nostre cose non gioveranno ad alcunché; saremo sempre una comunità
emarginata».
--Lei prima accennava a quelli che vanno al Nord e ci denigrano, anzi
si auto-denigrano. Ma tra quelli che rimangono, c’è la categoria
di che si autoconsola, affermando: - però ci affermiamo e ci fa facciamo
onore fuori dalla Calabria - , trascurando il fatto che questa è un’aggravante.
«E’ un aggravante. A Napoli, quando la pizza non è buona,
il cameriere dice: è l’acqua. O l’aria, l’ambiente…».
--Il sociologo americano Robert D. Putnam parlò a suo tempo
di scarso “senso civico”. Lei l’avverte?
«Non nella totalità. Ai cittadini servono modelli culturali e comportamenti
positivi; oltre che un classe dirigente adeguata…noi dobbiamo portare
l’acqua nel deserto non nel mare».
--Certe negatività si esprimono anche con i simboli. In alcune
zone della Calabria le case non sono intonacate all’esterno, e magari
il proprietario avrà dentro i rubinetti d’oro.
«A noi non interessa ciò che è fuori, interessa ciò
che è dentro. Manchiamo, non nella totalità, del senso estetico
delle cose, siamo proprio alla praticità viscerale, alla carnalità
dell’interesse immediato, non guardiamo in prospettiva, pensiamo in piccolo».
--Entriamo nel vivo del discorso: i difetti dei calabresi.
«Un volta un antropologo disse: che c’era un male che attraversava
la Calabria. Ed era l’invidia».
--Da dove scaturisce l’invidia?
«Dal rapporto piccolo piccolo con l’altro. Io non guardo la comunità
che cammina, io guardo il vicino, credo che abbia qualcosa più di me
– magari non è vero – comincio ad invidiarlo, l’invidiato
diventa il mio nemico, il nemico va distrutto a costo di distruggere me stesso.
Se quindi il mio nemico ha un idea per fare crescere la comunità io lo
devo stroncare a costo di danneggiare la comunità e me stesso. Per uccidere
il topo, noi incediamo la casa».
--Altro peccatuccio.
«Una malintesa concezione del rispetto».
--Chiudiamo con qualche parola di speranza.
«Con le nuove generazioni – abbiano tre Università –
e con questa possibilità di confrontarsi con culture altre, e poter scegliere
quello che di buono e utile nel culture altre, per metterlo insieme a quello
che di buono e di utile c’è nella nostra cultura, perché
non bisogna rinunciare alla propria cultura, ripulendola di certe incrostazioni,
come per esempio l’invidia, il familismo, l’individualismo, il lassismo,
una certa indolenza, il senso esasperato della proprietà e della roba,
ecco: ricchi di ciò che abbiamo di positivo e arricchiti di ciò
che ci viene di positivo dagli altri, perché dobbiamo anche saper scegliere,
ed allora la Calabria – secondo me- con questo impulso, con questa capacità
interagente che deve avere l’Università che forma le nuove generazioni,
io penso che la Calabria possa, debba uscire da questa sacca di attardamento».
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