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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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le nostre interviste
Intervista al professor Leonardo R. Alario, studioso di tradizioni popolari
L’«egoismo» dei calabresi e i caratteri distintivi di una comunità
di Bruno Gemelli
<%@ Page Language="VB" ContentType="text/html" ResponseEncoding="iso-8859-1" %> Documento senza titolo Quali sono i “Difetti dei calabresi”? Non ne parla mai nessuno forse perché si teme che in qualche modo ci si possa autoflagellarci senza necessita perché, nel frattempo, ci pensano gli altri a denigrarci. Ma questa autoanalisi è necessaria perché dobbiamo pur capire il motivo per il quale tutte le regioni povere sono andate avanti in questi ultimi dieci anni, mentre la Calabria è rimasta paurosamente indietro. E’ fin troppo noto il deficit di classe dirigente, i ritardi storici, la natura benigna per le bellezze uniche ma matrigna perché ha confinato il territorio in un isolamento geografico e geopolitico, le inadeguatezze della partitocrazia a fare il resto. Forse alla base di questo ritardo c’è una questione antropologica che impedisce al calabrese di essere meno individualista, incapace ad associarsi e, quindi, a fare sistema che è l’unico modo per competere oggi.
Abbiamo avvicinato un demologo, ossia uno studioso di tradizioni popolari, uno che, per professione, tende a rovesciare il guanto dell’autenticità del vissuto, quelle che una volta si chiamavano le proprie radici. Il professor Leonardo R. Alario, professore a contratto di storia delle tradizioni popolari all’Unical e presidente dell’Istituto di ricerca e di studi di demologia e di dialettologia di Cassano allo Ionio è un signore che ha superato la mezz’età senza mai allontanarsi dai libri e dall’insegnamento.

--Professor Alario, il presidente Ciampi in visita a Caltanisetta ha parlato di cosa intollerabile il ritardo del Sud che è una “questione nazionale”. Ci sono stati cori di apprezzamento come se, con tutto il rispetto, fosse stata scoperta l’acqua calda. Noi però, nel nostro piccolo, abbiamo una “questione calabrese”, che è cosa grande anche se non si sa con precisione se sia un’appendice alla “questione meridionale” oppure una patologia impazzita, un eczema o cos’altro, ma dicevo: la “questione calabrese” contiene nelle sue viscere profili che rimandano alla storia, alla geografia, all’economia, alla sociologia. Manca però nella categoria delle discipline interpretative forse la più importante rispetto, appunto, al “Caso Calabria”. L’antropologia. Ne vogliamo parlare?
«In effetti è vero quello che lei dice perché noi abbiamo pensato sempre alla “questione meridionale” come se fosse una questione di altri, riguardasse gli altri, nel senso che spettasse agli altri risolvere i problemi del Meridione. E così anche la “questione calabrese” è stata intesa in questo senso. In realtà non si tratta – a mio giudizio, s’intende come cittadino calabrese che osserva e si pone dei problemi – di una questione meridionale o calabrese, ma una questione di meridionali, di calabresi».

--In che senso?
«Noi che siamo portati a delegare sempre gli altri a risolvere i nostri problemi, dovremmo preoccuparci, finalmente, di risolvere in proprio i nostri problemi; perché? perché ormai credo che siamo in possesso delle conoscenze necessarie, di una cultura necessaria, di una visione del mondo e della vita molto più ampia, che ci potrà permettere di riconoscere i nostri bisogni, studiarli, evidenziarli, porli problematicamente, e tentare di risolverli».

--Con che cosa?
«Con gli strumenti cognitivi che ognuno di noi possiede, che la comunità calabrese dovrebbe possedere, ma in verità…».

--In verità…
«La questione dei calabresi è una questione che non riguarda solo gli storici, come è successo sino ad ora, magari i politici, che riguarda i sociologi, riguarda gli antropologi; e a studiare la questione dei calabresi – secondo me – bisogna adottare, per riuscire, tendenzialmente a far qualcosa di buono, studiare in un’ottica interdisciplinare, chiamando a raccolta i politici di carriera, quelli che dovrebbero fornire un servizio alla collettività e non a se stessi, chiamare gli antropologi che sono gli intellettuali i quali organicamente dovrebbero calarsi nella realtà culturale soprattutto e quindi, anche economica, sociale del paese, per indicare i mali della nostra regione a chi gestisce il potere; indicandone, anche, le possibili soluzioni».

--E dall’Unità d’Italia che si tenta.
«Ci furono delle inchieste storiche, e quei ricercatori, intellettuali come Stefano Iacini, Umberto Zanotti Bianco, Manlio Rossi Doria, personaggi che hanno tentato di vedere realisticamente quale fosse la Calabria, capendo benissimo che la realtà molto spesso non coincide con la verità, che dietro c’è qualcos’altro, ed hanno tentato di indicare le soluzioni per risolvere questi problemi».

--Ahinoi, senza successo.
«Certo, le inchieste sono state fatte con l’intento di capire, le indicazioni sono state date ma le difficoltà, in verità, ci sono state per risolvere questi problemi perché poi la politica prende altre strade».

--Ripartiamo daccapo.
«C’è un concausa in questi attardamenti: un problema di carattere culturale, noi ci portiamo dietro un eredità che non ci ha permesso di aprirci alle nuove esperienze culturali. Noi abbiamo avuto non grandi città, abbiamo avuto piccoli e grandi paesi, arroccati, che hanno avuto la possibilità di elaborare una cultura interna che non si è confrontata con una cultura altra, molto spesso da un paese all’altro c’era così poco colloquio, a pochi chilometri di distanza, che l’unico contatto era quello del blasone popolare, l’ingiuria che si dava particolare a quel paese vicino e basta, evitando ogni altro contatto che potesse aiutare a crescere insieme».

--Come si dice, ci parliamo addosso.
«Le grandi correnti culturali non ci hanno attraversato, tutti ci hanno sempre scavalcato oppure sono arrivati per conquistarci, impedendoci di affacciarci nella visione del mondo che stava di là, noi che eravamo di qua. Finanche i Re di Napoli scansavano la Calabria e per andare in Sicilia prendevano il veliero ignorandoci».

--Lo facevano ancora prima i Romani.
«Con Cicerone».

--Visioni chiuse della vita.
«Tutt’ora, nonostante i laureati e diplomati che sono cresciuti in grande numero, non siamo neppure nella situazione degli anni ’50, il tenore di vita è migliorato, però abbiamo di questi freni. Generalizzo ma, al netto delle punte di diamante, la nostra è una cultura angusta, attardata».

--Ci sono pure dei pregiudizi nei nostri confronti.
«Ma da quelli dobbiamo difenderci. Non possiamo piegare la testa come fanno alcuni intellettuali che, quando vanno al Nord, sono quelli che soprattutto ci crocifiggono, sono quelli che, mimetizzandosi, aderiscono ai pregiudizi del Nord. Deboli culturalmente, anche con due lauree».

--Non tutti…
«Ovviamente, però dovremmo evitare di subire egemonie culturali, proponendo invece un nostro progetto».

--Quando pensiamo alla nostra disoccupazione record che viaggia tra il 20 e il 30 per cento viene la tentazione di riabilitare il positivismo di Cesare Lombroso.
«Ribadisco: il nostro è un problema culturale. La nostra storia, nostra esperienza quotidiana, le nostre vicende non ci hanno permesso di aprirci, per esempio, alla mentalità imprenditoriale. Siamo sempre in attesa…».

--Di cosa?
«Il nostro Medio Evo non è finito con l’emersione della feudalità che è finita, da noi, negli anni ’50. Altrove è finita nel tredicesimo secolo. Avendo questa mentalità feudale, quando le cose sono finalmente cambiate, a sostituirsi ai feudatari e poi ai proprietari terrieri, sono stati i politici i quali hanno continuato a gestire la cosa pubblica con una mentalità feudataria. Questo ci ha frenato e ci ha impedito di sviluppare una mentalità imprenditoriale».

--Ma ci sono state nel corso dei decenni rivolte…
«Sì, ma hanno sostituito le plebi rurali in modo burocratico, portatori anche inconsci di una mentalità feudataria. Oggi non ci sono più giustificazioni, la classe dirigente si deve porre come modello positivo, non ci sono più alibi per la cultura tradizionale, il familismo amorale, al piccolo mondo, la piccola famiglia… l’antropogeografia…».

--Del cooperativismo neanche a parlarne…
«Tranne qualche punte emergenti, le cooperative in Calabria nascono e muoiono confermandosi come eccezione alla regola».

--L’egoismo.
«Il cittadino che non cura gli interessi collettivi è condannato a perire egli stesso. E’ finito il tempo delle deleghe, ognuno di noi è responsabile delle azioni che compie. Laddove la comunità non cresce, neppure la singola persona cresce. I figli emigreranno, perdendo l’eredità di sé, la stessa identità calabrese che spero solo che sia smarrita».

--Le radici.
«Le radici su ciò che ancora c’è di utile all’interno della nostra cultura, arricchendosi di altre esperienze perché ormai, in questo villaggio globale, senza il confronto con le esperienze altre, le nostre cose non gioveranno ad alcunché; saremo sempre una comunità emarginata».

--Lei prima accennava a quelli che vanno al Nord e ci denigrano, anzi si auto-denigrano. Ma tra quelli che rimangono, c’è la categoria di che si autoconsola, affermando: - però ci affermiamo e ci fa facciamo onore fuori dalla Calabria - , trascurando il fatto che questa è un’aggravante.
«E’ un aggravante. A Napoli, quando la pizza non è buona, il cameriere dice: è l’acqua. O l’aria, l’ambiente…».

--Il sociologo americano Robert D. Putnam parlò a suo tempo di scarso “senso civico”. Lei l’avverte?
«Non nella totalità. Ai cittadini servono modelli culturali e comportamenti positivi; oltre che un classe dirigente adeguata…noi dobbiamo portare l’acqua nel deserto non nel mare».

--Certe negatività si esprimono anche con i simboli. In alcune zone della Calabria le case non sono intonacate all’esterno, e magari il proprietario avrà dentro i rubinetti d’oro.
«A noi non interessa ciò che è fuori, interessa ciò che è dentro. Manchiamo, non nella totalità, del senso estetico delle cose, siamo proprio alla praticità viscerale, alla carnalità dell’interesse immediato, non guardiamo in prospettiva, pensiamo in piccolo».

--Entriamo nel vivo del discorso: i difetti dei calabresi.
«Un volta un antropologo disse: che c’era un male che attraversava la Calabria. Ed era l’invidia».

--Da dove scaturisce l’invidia?
«Dal rapporto piccolo piccolo con l’altro. Io non guardo la comunità che cammina, io guardo il vicino, credo che abbia qualcosa più di me – magari non è vero – comincio ad invidiarlo, l’invidiato diventa il mio nemico, il nemico va distrutto a costo di distruggere me stesso. Se quindi il mio nemico ha un idea per fare crescere la comunità io lo devo stroncare a costo di danneggiare la comunità e me stesso. Per uccidere il topo, noi incediamo la casa».

--Altro peccatuccio.
«Una malintesa concezione del rispetto».

--Chiudiamo con qualche parola di speranza.
«Con le nuove generazioni – abbiano tre Università – e con questa possibilità di confrontarsi con culture altre, e poter scegliere quello che di buono e utile nel culture altre, per metterlo insieme a quello che di buono e di utile c’è nella nostra cultura, perché non bisogna rinunciare alla propria cultura, ripulendola di certe incrostazioni, come per esempio l’invidia, il familismo, l’individualismo, il lassismo, una certa indolenza, il senso esasperato della proprietà e della roba, ecco: ricchi di ciò che abbiamo di positivo e arricchiti di ciò che ci viene di positivo dagli altri, perché dobbiamo anche saper scegliere, ed allora la Calabria – secondo me- con questo impulso, con questa capacità interagente che deve avere l’Università che forma le nuove generazioni, io penso che la Calabria possa, debba uscire da questa sacca di attardamento».

 
 

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