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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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le nostre interviste
intervista al conduttore di 'Gaia'
Mario Tozzi: ‘La Calabria territorio a forte rischio’
Solo il 25% degli edifici è antisismico e la popolazione non è preparata a sapere come comportarsi in caso di calamità
Antonio Aprile
Documento senza titolo

Abbiamo incontrato Mario Tozzi in occasione della presentazione del suo libro ‘Gaia, viaggio nel cuore d’ Italia’, organizzata dall’ Associazione Culturale Anassilaos. Un incontro molto interessante, introdotto da Antonella Cinzia Marra, Ricercatrice dell’Università di Messina, Stefano Iorfida, Presidente dell’Associazione Anassilaos, e Giovanna Melissari, sempre della stessa associazione; durante il quale Mario Tozzi ha affrontato numerosi argomenti: dal recente disastro dello Tsunami in Asia, fino alla situazione più particolareggiata dello stretto di Messina e della Calabria in particolare, ossia di luoghi che il geologo non ha esitato a definire come i più pericolosi e a rischio dell’ intero mediterraneo. Tozzi è, prima ancora che conduttore della nota trasmissione televisiva Gaia-il pianeta che vive, un geologo di fama: primo ricercatore del Cnr-Igag, con numerose pubblicazioni all’ attivo, ed autore anche di molti saggi scientifici e libri divulgativi. Parla perciò con la competenza dello scienziato e con la chiarezza del divulgatore, senza che quello che dice corra il rischio di essere etichettato come catastrofismo o mera volontà di stupire. Quello che emerge è solo il lucido tentativo di tracciare un quadro completo della situazione del territorio e, di conseguenza, individuare le responsabilità dei morti nei disastri che spesso colpiscono il nostro pianeta: l’ uomo, il suo modo di concepire e manipolare la natura. Perché, dice Tozzi: “Non è mai colpa della corrente, del terremoto, dell’ onda killer, siamo sempre noi che ci mettiamo nelle condizioni limite. Non si muore per il terremoto, si muore per la casa che ti crolla in testa, non si muore per il maremoto, si muore perché ci si trova a vivere nel posto sbagliato. E invece sento una massa di stolti e anche di persone in malafede pure con ruoli istituzionali che ci raccontano che il problema è stato solo che si è verificato il quinto terremoto più forte degli ultimi cento anni, cioè da quando gli uomini li registrano. Questo è vero, ma, ripeto, non si muore per questo, si muore perché si costruisce, e male, dove invece non si dovrebbe”. Anticipando nel suo intervento molte delle nostre domande, Tozzi parla di quanto è avvenuto nel Sud-Est asiatico: “in quei posti, noi abbiamo sostituito le foreste di mangrovie che proteggevano l’interno dalle probabili onde anomale con gli alberghi, abbiamo distrutto le difese naturali per poter costruire praticamente a pochi metri dalla rive del mare, costringendo tra l’altro quei poveretti locali che vivono con i soldi dei turisti, a farsi delle case, spesso rudimentali e di fango, proprio accanto alle grandi catene alberghiere. In zone a rischio sismico e vulcanico, in cui sono quindi probabili onde anomale, l’ ultima cosa da fare doveva essere, invece, proprio quella di costruire a due passi dal mare. Le popolazioni che sono sopravvissute nei secoli hanno ricordato, a differenza di noi occidentali, questo semplice quanto antico insegnamento della saggezza popolare in luoghi pericolosi e spesso oggetto della furia della natura: non si vive sulle coste. Un governo come quello delle Maldive, per esempio, ha da sempre protetto la barriera corallina, e quella ha salvato molte vite. Le stesse foreste di mangrovie del parco sud orientale indiano hanno bloccato l’ onda, attutendone gli effetti. Nella lingua di quelle popolazioni la foresta di mangrovie si chiama: l’ albero che protegge dall’ onda. E noi invece l’abbiamo distrutta, abbiamo distrutto queste barriere naturali. In quei luoghi pericolosi c’è una sola soluzione: si torna a vivere nell’interno, si ricostruisce la foresta e sulla spiaggia ci si va solo a fare il bagno, pure tutto il giorno ma comunque vivendo a 500 metri dal mare, più al sicuro che sulla costa. Questo è quello che si dovrebbe fare”. Tozzi passa poi a chiarire la situazione specificatamente in Calabria: “Qui state nella stessa condizione. Non solo questa è un’ area densamente abitata, ma è anche l’area dove ci sono i terremoti e sono tra i più forti di tutto il mediterraneo. In Calabria, per non farsi mancare niente c’è anche il 100% di rischio idrogeologico. Ma se parliamo solo di terremoti, vulcani e tsunami, questo è il posto giusto. E ancora una volta è l’uomo a mettersi in una condizione di rischio: molti paesi è bello vederli sul mare, ma un conto è dove il rischio non c’è. Scilla è molto bella ma è oggettivamente a rischio. In luoghi a rischio terremoto e, quindi maremoto, il nucleo fondante dovrebbe, invece, essere sempre in alto. Nelle Hawai, che sono l’unico arcipelago del mondo che ha un sistema di allerta contro lo Tsunami, impediscono di costruire al di sotto dei 15 metri di quota. A Stromboli, qui a due passi c’è stata recentemente una frana, quindi un piccolo maremoto. Durante il periodo dell’ emergenza io stavo lì, l’avvertimento era uno solo: non dormite sotto i venti metri di quota. Basta cambiarlo un pò: non costruite sotto i venti metri di quota. Lo si accetta nel momento del pericolo perché si ha paura, ma in s e g u i t o non più!” E ricordate, che la difesa d e l l e coste si fa per primo a terra. Quando d o v e t e fare un ampliamento di casa e il geologo vi dice che quella modifica che volete non si può fare, forse fareste meglio a non farla piuttosto che cambiare geologo finchè ne trovate uno che vi dice di sì. Il geologo è uno che pone vincoli, dice di no ma fatevene una ragione: da molti di quei no partono le cose migliori e soprattutto non ci sono danni. Fare costruzioni anche perfette ma in posti dove non possono stare vuol dire mettersi in condizioni di pericolo”.
E’ un problema culturale nel nostro paese? Nel senso che pensiamo all’ambiente solo quando dobbiamo andarci in vacanza. O come se fosse un di più. Spesso invece è proprio una questione di sopravvivenza…

“Sono completamente d’ accordo con lei. Purtroppo questa è la situazione oggi”
Ma è così antieconomico attuare delle politiche che tutelino l’ ambiente e ci preservino dalle catastrofi?
“No, non lo è alla lunga. A breve termine sembra che lo sia e dunque le persone che ragionano con il termine dei cinque anni, cioè con la scadenza politica, non lo fanno”
Sicuramente c’è molta speculazione politica che purtroppo prevale sull’analisi razionale dei problemi…
“Si perché tanto prima o poi dovremo fare qualcosa. A questo proposito, il problema del ponte sullo Stretto è paradigmatico. Prendo il ponte per far capire quanto sia distorto il rapporto con le grandi opere. Questo è un paese che ha bisogno di tante piccole opere, risanare la Sa-Rc, per esempio; i tratti rimessi a posto sono quelli più facili, quando si tratterà di lavorare su viadotti e gallerie ci vorranno forse venti anni. Ecco perché è contraddittorio parlare del ponte prima che il resto sia sistemato. Naturalmente ci si rende conto che la piccola opera, il risanamento dell’ equilibrio idrogeologico con metodi naturalistici o la riparazione di una cosa che già esiste non si vede. Ecco il problema: non si vedono, non sono concreti, non portano consensi. Inoltre, nelle città dello stretto, a Reggio Messina, Villa, Scilla, Bagnara, eccetera, solo un quarto delle costruzioni sarà in grado di reggere il terremoto che ci sarà, perché è inutile fare scaramanzie ma ci sarà prima o poi, e invece siete contenti che qui faranno un ponte. Io se fossi un abitante di Reggio pretenderei dai miei amministratori che prima di fare un ponte o qualsiasi altra cosa mi risistemasse il centro storico come minimo e tutte le costruzioni che non reggerebbero al prossimo terremoto. Il paradosso è che il ponte può anche reggere, ma con un terremoto così catastrofico unirebbe solo due cimiteri. I ponti vengono dopo, dopo che tutto il resto delle città sia stato costruito e sistemato in maniera da resistere agli impeti di un terremoto”
Inoltre siamo in una situazione in cui con i condoni edilizi vengono legalizzate anche le situazioni a rischio…
“certo, infatti io lo scrivo molto chiaramente nel libro”
Delle zone interne cosa ne pensa?
“Io non sono per l’ abbandono delle montagne, purchè le si lasci riforestare. Il fatto è che il dissesto noi naturalmente lo avvertiamo solo nelle zone abitate, dove ci sono case, perché il rischio espone prima di tutto le persone. Dunque nell’interno dove è disabitato c’è poco da dire. Certamente la situazione della Calabria è grave, è la più grave d’Italia”
La cosa sconfortante è che comunque, nonostante gli avvertimenti della natura poi sembra che nulla cambi: continueremo a costruire così.
“Sono d’ accordo con lei. Purtroppo continuiamo così. Si farà poco o nulla. Sono molto sfiduciato. Nelle stesse zone dello Tsunami ricostruiremo gli alberghi sul mare, e così via…”
Cosa si potrebbe fare nell’ immediato per metterci al riparo da disastri?
“Ripeto: La prima cosa che una regione seria dovrebbe fare è eliminare le escavazioni negli alvei dei fiumi. Se continuano a prelevare sabbia, ghiaia dai fiumi quella roba non arriva più al mare. Il danno è sicuramente maggiore di quanto ne può beneficiare chi fa quei lavori, che solitamente si intasca i soldi ed è l’unico a guadagnarci.
Lei nel suo libro parla di energia geotermica, con riferimento alla toscana dove questa forma di utilizzo delle risorse del territorio sembra che fornisca circa il 20% del fabbisogno locale. Questo tipo di energia ‘pulita’ può costituire veramente una valida alternativa a quelle attualmente utilizzate?
“Purtroppo sono poche le zone in cui si può fare questo. Si potrebbe fare ad esempio in Sicilia oppure in Campania. Quindi per adesso non può questo tipo di energia costituire un’ alternativa. Se il sistema energetico diventa più efficiente probabilmente si risparmierà. Prima di tutto è un problema di risparmio poi di efficienza, una volta risolti questi poi diventano convenienti anche le energie rinnovabili”

Mario Tozzi ci lascia con un ammonimento che sa più di saggezza e senso del limite che di catastrofismo: “Quando impareremo a convivere con l’ ambiente e non a combatterlo sarà sempre troppo tardi perché dimentichiamo che la società umana e la sua civiltà esistono soltanto grazie ad un temporaneo consenso geologico, ad una finestra. Che è soggetta ad essere ritirata senza preavviso”. Insomma, solo il buon senso può mettere al riparo l’ uomo non dalla natura, ma da se stesso.

 

 
 

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