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“La
bellezza non è mai stata qualcosa di assoluto e immutabile ma ha assunto volti
diversi a seconda del periodo storico e del paese: e questo non solo per quanto
riguarda la bellezza fisica ma anche per quanto riguarda la bellezza di Dio, o
dei Santi o delle Idee…”, è quanto ha affermato Umberto Eco, semiologo,
critico, saggista e romanziere di fama internazionale, nella sua lectio
magistralis pronunciata in occasione della cerimonia di consegna della laurea
ad honorem in architettura conferitagli dall’Università
Mediterranea di Reggio Calabria. Eco attraverso la sue opere letterarie “ha
influenzato diverse generazioni di architetti”- ha affermato Massimo
Grimillini, preside della Facoltà di Architettura e promotore dell’iniziativa,
nonché ex allievo del semiologo -“i suoi saggi hanno aiutato a capire come
affrontare e trasmettere la conoscenza. L’architettura oggi non vedrebbe come
si vede senza l’apporto dei suoi studi”. Eco considera l’architettura come
una forma di comunicazione, al pari di una lingua, una musica, i cui segni si
possono interpretare, ed infatti introduce “ u n sistema di codici unitari e
trasmissibili unificando l’architettura a tutte le arti”. In questo ambito
rientra anche il concetto di bellezza di cui il semiologo si occupa sin dai tempi
dell’università, “cinquant’anni fa mi laureavo in estetica” – racconta –
“con una tesi intitolata al problema del bello, anche se limitato alle poche pagine di Tommaso d’Aquino”. Dopo tanti anni quel
progetto prende corpo nel suo ultimo volume “Storia della bellezza”
pubblicato da Bompiani e la bellezza è proposta attraverso immagini di
capolavori artistici e brani di scrittori dall’antica Grecia a questo secolo. L’excursus per parole e immagini ripercorre
le diversa concezioni di Bellezza che si sono susseguite nel tempo. Rifacendosi
a Dino Formaggio che, a proposito dell’arte, si era espresso in questi termini:
“l’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte”, Eco applica questo
concetto alla bellezza definendo “Bello tutto ciò che gli uomini hanno chiamato
bello”. Comincia così un viaggio che evoca i diversi tipi di bellezza e di
ideale del bello: la bellezza seducente di Cecily mirabilmente descritta da
Eugene Sue nel suo capolavoro “I misteri di Parigi” il cui volto
potremmo ritrovarlo in quello di un’attrice famosa o di un’altrettanto famosa
modella; la bellezza assoggettata alla proporzione affermatasi nel Medioevo con
l’opera di Boezio e continuata nel Rinascimento, la bellezza malinconica
romantica che, attraverso i volti smunti e incavati esprime gli stati d’animo,
quella vittoriana con l’esaltazione della classe borghese e il suo stretto
legame con i concetti di praticità, durata, solidità, fino ad arrivare ai
canoni estetici contemporanei dettati dai media. Secondo Eco “l’esperienza
del bello nel corso dei secoli si prova stando di spalle di fronte a qualcosa
di cui non facciamo e non vogliamo a ogni costo far parte”, come l’uomo dei
quadri di Friedrich, il pittore che ha maggiormente celebrato il Sublime e nei
quali l’essere umano è di spalle, è spettatore del grande spettacolo della
natura. Eco, seppure si definisce “un professore universitario che la
domenica scrive romanzi” ha l’incontestabile carisma di un professore che è
anche uno scrittore dal successo internazionale che tra una lezione all’università
di Bologna o di Chicago, di San Paolo o di New York, pubblica bestsellers a
partire dal giallo gotico “Il nome della rosa” fino
al saggio “Storia della bellezza”. “Certamente il film tratto da Il
nome della rosa ha fatto decollare il libro oltremisura”- sostiene Eco – “a
tal punto che ho detto all’editore di non concedere più il permesso di fare
films dai miei romanzi successivi perché partivo dal principio che la gente
leggeva il libro dopo aver visto il film e questo per un autore è sgradevole.
Gli altri libri non sono andati male però è indubbio che il film ha fatto
leggere molte copie del libro”. E il cinema riveste un ruolo importante e
di forte impatto sul pubblico anche per quanto riguarda gli scenari o più
direttamente le città in cui ambienta le storie o di cui racconta una storia.
Lo stesso Eco concorda sull’importanza del cinema nella diffusione della
conoscenza di un luogo e soprattutto di una città, “il cinema ha contribuito
moltissimo a farci conoscere la pluralità urbanistica” – continua Eco – “Credo
che bisognerebbe far vedere films che fanno vedere le città anche nelle facoltà
di architettura. Un film è uno strumento grande, è un’esperienza meditata e se
si guardano bene certi films è meglio che andare da turista in una città”. Naturalmente
con Eco non si può non affrontare il tema del linguaggio che in un periodo di
forte globalizzazione potrebbe ridursi ed impoverirsi :
Professor
Eco, in un’epoca di internet, sms, e-mail, quanto posto hanno ancora la bella
scrittura e il bel modo di esprimersi?
“E’
una realtà che gli studenti di oggi fanno tesi anche sulle chat o sui blog, ma
io ricordo sempre che tanti anni fa è stato inventato il telegramma e questo
non ha modificato il nostro linguaggio. L’e-mail permette tante volte delle facili
risposte, come un semplice no, ma tante altre volte io ricevo o invio
lunghissime lettere. Quindi questo incrementa un rapporto epistolare che era
andato scomparendo con i telefoni, così come il computer ha riportato
l’alfabetismo. Col computer non siamo entrati solo nell’era delle immagini ma,
grazie ad esso è tornato l’alfabetismo, per cui non sono così drammaticamente
terrorizzato dai ragazzini che mandano “messaggini” e ciò non impedisce di
scrivere dei bei romanzi. Certo, sono fenomeni di cui si può parlare dopo
trent’anni e vedere qual è l’effetto finale. Al momento non si sa bene”.
I
cambiamenti avvengono nel tempo, e come cambia il linguaggio cambiano i canoni
di bellezza ma l’uomo ha sempre la volontà di rappresentare se stesso ed il
mondo e quindi, in conclusione, come sintetizza l’esigenza dell’uomo di
rappresentarsi e di rappresentare?
“Su questo argomento ho scritto una delle “Bustine
di Minerva”, dove ho detto che Euclide non ha mai detto che l’angolo retto è
quello che ha novanta gradi, perché per sapere cosa sono i gradi devi sapere
cos’è un angolo. Quindi, se spieghi ad un bambino che l’angolo retto è quello
di novanta gradi, il bambino non ha capito niente. Se invece gli dici: prendi
una retta, facci cadere sopra un’altra retta e le due parti sono uguali, quello
è un angolo retto. Cioè, gli racconti una storia …ed in effetti, quando ad un
bambino spieghi come nascono i bambini o come crescono gli alberi, gli racconti
una storia. Allora, persino la scienza nei suoi momenti migliori avviene non
attraverso formule, ma attraverso storie. Quindi, l’uomo è un essere
affabulatore per eccellenza. Questo è un momento in cui storie e scienza si
incontrano. Storie diverse, però sono sempre storie, sono istruzioni per far
succedere qualcosa. Quindi, la narrativa è il proprio dell’uomo”.
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