Intervistiamo Marcello Veneziani al termine dell’incontro da lui tenuto presso il Salone dei
Lampadari del Comune di Reggio Calabria, in occasione della presentazione del
suo ultimo volume “I vinti” edito da Mondatori. Organizzata dal circolo
Reghium Julii, presieduto da Giuseppe Casile, la manifestazione si è sviluppata
quasi interamente intorno all’esposizione delle opinioni del giornalista
pugliese su informazione, globalizzazione e società. Laureato in filosofia,
autore di vari saggi di filosofia politica e storia
delle idee, giornalista e opinionista della Rai, editorialista de ‘Il
Giornale’, considerato da molti come uno dei più importanti riferimenti
culturali della destra, Veneziani ha ricoperto la carica di consigliere di
amministrazione della RAI. Informazione, ruolo che essa gioca nella società e
globalizzazione sono, quindi, gli argomenti che abbiamo deciso di affrontare nel
corso della nostra intervista. D. Sempre più oggi si intende e si parla di
democrazia come qualcosa che è frutto solo del consenso popolare. Così che, a
livello dell’informazione, si arriva presto a confondere quest’ultima
categoria con la pura e semplice propaganda. Come è possibile una democrazia
senza un’informazione equilibrata? R. E’ chiaro che la base di qualunque
democrazia è quella di avere a disposizione un’informazione libera e plurale.
Cioè poter conoscere i vari punti di vista. Negli ultimi tempi, invece, qui in
Italia abbiamo notato (e mi riferisco alle elezioni europee prima ed ai
referenda poi) che l’informazione si trovava tutta schierata da una singola
parte mentre i cittadini si andavano esprimendo proprio dalla parte opposta.
Questo a dimostrazione del fatto che quando la democrazia di stampa e di
televisione non rispecchia la reale differenza delle opinioni di un paese c’è
qualcosa che non funziona proprio in quella stampa e in quella televisione. D.
Però il consenso popolare si forma anche attraverso la propaganda. Che succede
se l’informazione al posto di dare la notizia offre solo della propaganda? R.
Vede, la propaganda può benissimo esistere per conto suo. L’importante è che
non esista a scapito dell’informazione. Se l’informazione consente a tutti
di conoscere come stanno realmente i fatti ognuno può, per conto suo, stabilire
in quale modo è meglio agire ed in quale non agire in un certo caso. D. E’
tesi che questo giornale porta avanti da sempre quella che il problema
dell’informazione è davvero molto importante. Non solo per quanto riguarda la
politica, ma anche per la cronaca in generale: in televisione si possono vedere
dei servizi, che dovrebbero essere asettici, accompagnati da commenti e musiche
che già servono ad “orientare” in qualche modo quella certa notizia.
Secondo lei, un problema di questo tipo c’è effettivamente o no? R. Si c’è; e c’è perché ancora prevale quella
visione della storia che potremmo definire ideologica. Cioè non si raccontano i
fatti per come sono andati ma per come li si interpreta. Sulla realtà nuda e
cruda si tende ancora oggi a sovrapporre la propria visione ideologica,
qualunque essa sia. D. A questo proposito mi viene da chiederle: sarà
possibile, una volta per tutte, spoliticizzare un giorno la Rai? R. Fin
quando toccherà alla Commissione di Vigilanza stabilire i propri componenti e
fin quando a quelle cariche saranno nominati deputati o ex deputati, cioè fin
quando i criteri saranno e resteranno questi, io credo che, con questo, si stia
facendo una scelta precisa. E dunque, poi, non ci si dovrà lamentare. In questo
modo, al contrario della sua domanda, si sta davvero politicizzando la Rai. D.
Nella Rai lei è anche stato consigliere d’amministrazione. Che cosa ci può
dire di quella sua esperienza? R. La mia è stata un’esperienza proficua
ma non ripetibile. Quello che posso dire è che sulla Rai c’è un gioco
politico che è un vero gioco al massacro. Le cose reali che uno fa, dentro la
Rai, rispetto a questo gioco politico rischiano, così, di passare del tutto
inosservate… D. Nel corso della presentazione del suo libro lei ha parlato
di globalizzazione. Se teniamo per vere le analisi di Marshall Mac Luhan ed il
mondo di oggi è un vero villaggio globale, le vorrei chiedere: chi è a
questo punto il capo-villaggio? R. E’ un apparato. Non una persona. Oggi
c’è una specie di pilota automatico che regola tutto quanto il sistema. E
questo pilota si trova allo snodo tra l’economia e la tecnica. Chi comanda
oggi è la struttura e non le singole persone. E questo comando è un esercizio
del tutto impersonale; proprio a causa del fatto che è impersonale, questo
esercizio, è anche inquietante. D. Per questo la categoria dei “vinti”
è quella più saliente rispetto a quella dei “vincitori”? R. Certo, i
vinti sono sempre tanti, i vincitori pochi e di passaggio. D. Questo voler
catalogare vinti e vincitori (molto comune nel periodo che stiamo vivendo),
questa ricerca della tassonomia ad ogni costo dentro al corpo sociale non porta
a far pensare che oggi ci sia troppa conflittualità? Perché non si cerca,
invece, di aprire un dialogo? R. Vede, i conflitti ci sono sempre stati.
Anzi sarebbe bene che i conflitti andassero in qualche modo regolati. Io credo,
però, che è sempre bene che ci siano.
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