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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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le nostre interviste
Manca la volontà di spoliticizzare l’informazione
Marcello Veneziani: “Sulla Rai c’è un vero gioco politico al massacro”
di Gianfranco Cordì
Intervistiamo Marcello Veneziani al termine dell’incontro da lui tenuto presso il Salone dei Lampadari del Comune di Reggio Calabria, in occasione della presentazione del suo ultimo volume “I vinti” edito da Mondatori. Organizzata dal circolo Reghium Julii, presieduto da Giuseppe Casile, la manifestazione si è sviluppata quasi interamente intorno all’esposizione delle opinioni del giornalista pugliese su informazione, globalizzazione e società. Laureato in filosofia, autore di vari saggi di filosofia politica e storia delle idee, giornalista e opinionista della Rai, editorialista de ‘Il Giornale’, considerato da molti come uno dei più importanti riferimenti culturali della destra, Veneziani ha ricoperto la carica di consigliere di amministrazione della RAI. Informazione, ruolo che essa gioca nella società e globalizzazione sono, quindi, gli argomenti che abbiamo deciso di affrontare nel corso della nostra intervista.
D. Sempre più oggi si intende e si parla di democrazia come qualcosa che è frutto solo del consenso popolare. Così che, a livello dell’informazione, si arriva presto a confondere quest’ultima categoria con la pura e semplice propaganda. Come è possibile una democrazia senza un’informazione equilibrata?
R. E’ chiaro che la base di qualunque democrazia è quella di avere a disposizione un’informazione libera e plurale. Cioè poter conoscere i vari punti di vista. Negli ultimi tempi, invece, qui in Italia abbiamo notato (e mi riferisco alle elezioni europee prima ed ai referenda poi) che l’informazione si trovava tutta schierata da una singola parte mentre i cittadini si andavano esprimendo proprio dalla parte opposta. Questo a dimostrazione del fatto che quando la democrazia di stampa e di televisione non rispecchia la reale differenza delle opinioni di un paese c’è qualcosa che non funziona proprio in quella stampa e in quella televisione.
D. Però il consenso popolare si forma anche attraverso la propaganda. Che succede se l’informazione al posto di dare la notizia offre solo della propaganda?
R. Vede, la propaganda può benissimo esistere per conto suo. L’importante è che non esista a scapito dell’informazione. Se l’informazione consente a tutti di conoscere come stanno realmente i fatti ognuno può, per conto suo, stabilire in quale modo è meglio agire ed in quale non agire in un certo caso.
D. E’ tesi che questo giornale porta avanti da sempre quella che il problema dell’informazione è davvero molto importante. Non solo per quanto riguarda la politica, ma anche per la cronaca in generale: in televisione si possono vedere dei servizi, che dovrebbero essere asettici, accompagnati da commenti e musiche che già servono ad “orientare” in qualche modo quella certa notizia. Secondo lei, un problema di questo tipo c’è effettivamente o no?
R. Si c’è; e c’è perché ancora prevale quella visione della storia che potremmo definire ideologica. Cioè non si raccontano i fatti per come sono andati ma per come li si interpreta. Sulla realtà nuda e cruda si tende ancora oggi a sovrapporre la propria visione ideologica, qualunque essa sia. D. A questo proposito mi viene da chiederle: sarà possibile, una volta per tutte, spoliticizzare un giorno la Rai?
R. Fin quando toccherà alla Commissione di Vigilanza stabilire i propri componenti e fin quando a quelle cariche saranno nominati deputati o ex deputati, cioè fin quando i criteri saranno e resteranno questi, io credo che, con questo, si stia facendo una scelta precisa. E dunque, poi, non ci si dovrà lamentare. In questo modo, al contrario della sua domanda, si sta davvero politicizzando la Rai.
D. Nella Rai lei è anche stato consigliere d’amministrazione. Che cosa ci può dire di quella sua esperienza?
R. La mia è stata un’esperienza proficua ma non ripetibile. Quello che posso dire è che sulla Rai c’è un gioco politico che è un vero gioco al massacro. Le cose reali che uno fa, dentro la Rai, rispetto a questo gioco politico rischiano, così, di passare del tutto inosservate…
D. Nel corso della presentazione del suo libro lei ha parlato di globalizzazione. Se teniamo per vere le analisi di Marshall Mac Luhan ed il mondo di oggi è un vero villaggio globale, le vorrei chiedere: chi è a questo punto il capo-villaggio?
R. E’ un apparato. Non una persona. Oggi c’è una specie di pilota automatico che regola tutto quanto il sistema. E questo pilota si trova allo snodo tra l’economia e la tecnica. Chi comanda oggi è la struttura e non le singole persone. E questo comando è un esercizio del tutto impersonale; proprio a causa del fatto che è impersonale, questo esercizio, è anche inquietante.
D. Per questo la categoria dei “vinti” è quella più saliente rispetto a quella dei “vincitori”?
R. Certo, i vinti sono sempre tanti, i vincitori pochi e di passaggio.
D. Questo voler catalogare vinti e vincitori (molto comune nel periodo che stiamo vivendo), questa ricerca della tassonomia ad ogni costo dentro al corpo sociale non porta a far pensare che oggi ci sia troppa conflittualità? Perché non si cerca, invece, di aprire un dialogo?
R. Vede, i conflitti ci sono sempre stati. Anzi sarebbe bene che i conflitti andassero in qualche modo regolati. Io credo, però, che è sempre bene che ci siano.  
 

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