Ospite
in estate a Reggio del ‘Festival dello Stretto’ edizione 2005, Il Parto
delle Nuvole Pesanti ha suonato alcune canzoni dell’ultimo disco ‘Il
Parto’, un felice miscuglio di influenze con numerosi elementi di novità
stilistica rispetto ai passati lavori del gruppo,
una svolta
che i
critici hanno definito come etno-autorale ed hanno accostato addirittura all’album
‘Crueza de ma’, capolovaro di Fabrizio de Andrè. Testimonianza di questo
successo è senz’altro il riscontro di pubblico durante le esibizioni live del
Parto, che da mesi ormai è impegnato in un lungo tour che lo ha portato in
tantissime città d’Italia e all’estero in paesi come Germania, Repubblica
Ceca, Austria, Bosnia. Di questo ed altro abbiamo parlato durante
un’intervista realizzata nel backstage del Festival con Salvatore de Siena,
che assieme a Peppe Voltarelli ed Amerigo Sirianni dà vita a quella che è
senza dubbio una delle formazioni più originali del panorama musicale italiano.
Siete stati già qui a Reggio, avete
presentato l’ultimo disco al Museo dello Strumento Musicale… Si,
alla fine di dicembre siamo venuti dopo aver girato tutta l’Italia con una
specie di iniziativa delle chiacchierate
musicali ed abbiamo presentato il disco al Museo dello Strumento Musicale. Purtroppo
questo tipo di musica non gode della massima attenzione dei grandi media… Certo,
anche se dal nostro punto di vista abbiamo fatto un piccolo miracolo perché in
realtà la nostra musica ha una riconoscibilissima matrice etno-mediterranea,
quindi legata molto alle
nostre tradizioni calabresi, cantata in dialetto almeno in buona parte fino
all’ultimo disco che invece è stato cantato prevalentemente in italiano, e
non era facile per noi avere spazio oltre quell’ ambito della musica etnica.
Ci siamo riusciti, ci stanno riconoscendo in tutta Italia come una realtà che
hanno definito etno-autorale. Avete avuto la copertina di una rivista importante come
il ‘Mucchio Selvaggio’… Sono i segni dei tempi che cambiano? Ci
sono speranze e fiducia per il consolidamento di un discorso musicale già
ampiamente avviato. Penso che con questo disco si sia avuta una grande
sprovincializzazione, se vuoi, del nostro progetto artistico e mi fa piacere che
ci siano stati riconoscimenti in questo senso. Forse il fatto che tu citi, il
Mucchio Selvaggio che ci ha dato la copertina della rivista, non è un caso, così
come non è un caso che abbiamo ottenuto altri riconoscimenti e che il disco è
distribuito in Austria, Rep Ceca, in Germania e Spagna, perché evidentemente
abbiamo raggiunto quella maturità ed abbiamo capito i messaggi che partono
dalla nostra musica e possono riguardare un po’ tutti. Forse all’estero si supera la difficoltà linguistica
anche del dialetto… Infatti, è
vero. Non è una caso che quando andiamo all’estero non essendoci questa
intermediazione della lingua non c’è quel pregiudizio che in qualche modo
serpeggia sempre in chi ci dice: ah, ma cantate in dialetto! Allora sai il
pregiudizio dell’etnico… Che è una forma di provincialismo, se vogliamo. Si
certo hai ragione. È una forma di provincialismo di cui soffre maledettamente
l’Italia, e quindi non essendoci all’estero, il messaggio musicale arriva
direttamente, arriva nel cuore, riempie l’anima ed è una emozione bellissima
che si traduce poi in un rapporto che si crea ancora più bello di quanto non si
crei in Italia a volte. Questa è una grande soddisfazione che ci incoraggia a
lavorare nella direzione che abbiamo intrapreso con quest’ultimo disco. Soprattutto
quando vi capita di suonare davanti a tanta gente come questa sera, l’affetto
del pubblico è la risposta migliore… Assolutamente, ma è bello, ancora più bello
forse, trovare l’affetto del pubblico in luoghi dove non ti conoscono perché
è puro, come ti dicevo, non è mediato dall’appartenenza, perché lì si
scopre quella che è l’autenticità del tuo messaggio, il valore che tu
esprimi, senza la sovrastruttura culturale, o “politica”. Questo dà ancora
più soddisfazione perché allora vuol dire che esprime davvero un valore
artistico. È
un disco più cantautorale quest’ultimo che avete fatto, intitolato
semplicemente ‘Il Parto’. Ho letto accostamenti addirittura a Crueza de ma
di Fabrizio de Andrè… Si,
più cantautorale. Sono lusinghieri questi giudizi, ma io penso che con Creuza
de ma ci siano punti di contatto in senso lato, facendo debite distinzioni nella
grandezza dei lavori perché comunque hanno un approccio che può essere comune
o comunque simile ed è quello di dare voce ad un patrimonio di ricchezza
artistica che si è accumulata e sedimentata nel corso del tempo e che è
appannaggio soprattutto di culture meno abbienti, che sono state un pò più
emarginate e quindi trovano voce in artisti come noi così come hanno trovato in
grandi artisti come de Andrè. Lui
era il cantore dei deboli, degli emarginati... Quello
in generale però magari a livello più specifico con quel lavoro lui diede voce
all’idea di popolarità, il popolo senza più distinzione, tra chi diciamo
appartenente ad una cultura e chi ad un’altra, in senso più lato la cultura
popolare che si è sedimentata lui ha cercato di farla affiorare, farla emergere
e di farla disseppellire. Io parlo sempre di questo concetto di disseppellimento,
un concetto che mi piace perché penso che le cose di valore, anche se si tende
a coprirle, a nasconderle per altri interessi, a sotterrarle, arriverà il
momento in cui verranno dissotterrate, disseppellite perché in realtà i morti
che valgono non muoiono mai, questa è un po’ l’idea che ho. Un’ultima cosa riguardo alle
collaborazioni in questo disco: tra gli altri (Claudio Lolli, Davide Van de
Sfross, il Quartetto d’archi del Teatro Comunale di Bologna, Paolo Jannacci,
ecc.) figura Franco Cristaldi, il bassista degli 883, apparentemente molto
distante dal vostro discorso artistico… Si con Franco Cristaldi è stata una
collaborazione al basso ma soprattutto una collaborazione artistica. Si
accostano questi generi così diversi? Ma
io penso di si, intanto perché lui ha i genitori pugliesi ed aveva questo mito
del sud, della taranta, di questo mondo che da Milano vedeva un po’ lontano ed
ha scoperto negli ultimi anni. Quindi nonostante i suoi percorsi che non hanno a
che fare con la nostra cultura musicale, ha rivisto in noi questo spirito, ha
ritrovato evidentemente un valore artistico rispetto al quale ha voluto
impegnarsi e spendersi e l’ha fatto, devo dire, con grande sapienza e con
grande cuore. Quindi colgo l’ occasione per ricordarlo, tanto più che come tu
hai ricordato giustamente forse all’inizio poteva sembrare un po’ distante
dal nostro mondo. E questo sta a dimostrare che comunque la musica quando è
sentita, quando è vera, può superare gli steccati tra i generi che spesso
mettono gli uomini ma che non appartengono alla musica.
Si
ringrazia Salvatore R. Familiari e la CD Club Entertaiment
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