Abbiamo intervistato Eugenio
Bennato nel backstage del Festival dello Stretto, che si è svolto nella
bellissima cornice del Lungomare di Reggio Calabria riscuotendo un grandissimo
successo di pubblico. Fondatore nel 1969 della Nuova compagnia
di Canto Popolare, il primo e più importante gruppo di ricerca etnica
dell’Italia e del Sud, nel corso degli anni Bennato si è sempre più imposto
come punto di riferimento per questo tipo di ricerca musicale. Partecipa, tra le
tante esperienze che lo hanno visto protagonista, al Womad Festival di Peter
Gabriel nel 2001 in Australia. E’ in fase di ultimazione il suo ultimo lavoro,
‘Sponda Sud’ di prossima pubblicazione. Si consolida il tuo lavoro artistico con la
Calabria, oltre al Taranta Power di Caulonia anche qui straordinario ospite del
Festival dello Stretto. Come è nato questo rapporto? Con la Calabria da sempre.
Io ho iniziato studiare qua, avevo nove anni e il mio maestro di musica che
insegnava fisarmonica a me e miei fratelli mi portava qui in vacanza. In
Calabria studiavo e respiravo un’aria un po’ austera ma molto densa, erano i
primi anni 60; la ricordo con grande piacere. Poi ho fondato la Nuova Compagnia
di Canto Popolare, Musica Nova e qui in Calabria ho attinto tante emozioni e
tanti fatti, nel periodo in cui questa regione era veramente dimenticata e
sconosciuta. Venendo ai tempi più recenti, nel ‘99 ho fondato il Taranta
Power, che si rivolge proprio alla Calabria perché questa regione,
nell’ambito delle regioni del sud è la più ricca di musica tradizionale, la
più ricca di artisti e vorrei dire in questa sua storia un po’ maledetta la
Calabria ha conservato delle tradizioni, delle grandi cose che oggi esplodono.
La serata di stasera è la conferma di quanto vitale sia questa musica del sud.
Per me è una scommessa decisiva per il futuro, io negli ultimi anni ho girato
in tutto il mondo ai grandi festival internazionali e devo dire l’Italia che
era assente sta incominciando ad essere presente con questa magia di un ritmo
travolgente, sconvolgente, modernissimo, che non resta isolato per il musicista
perché c’è lo spettatore che balla che diventa protagonista di una grande
festa, quindi questa sera per me è una serata molto importante. Anche perché
è una musica che fa parte del nostro modo di essere: molto ritmica e quindi
molto immediata. Guarda, infatti io dico questo: quando una ragazza calabrese
balla la sua tarantella diventa stupenda, diventa mondiale. E’ importante che
le nuove generazioni si rendano conto della loro tradizione, delle loro radici.
questa è una battaglIa decisiva per la sopravvivenza delle cultura, delle
favole, dei dialetti. Da questo punto di vista il messaggio potrebbe essere
questo: invece di copiare e importare degli stereotipi nati e sviluppatisi
all’estero, valorizzare le cose
che abbiamo noi. Si. Io nei miei tour negli ultimi anni all’estero sono
isolato proprio perché la maggior parte dei musicisti italiani non destano
interesse all’estero perché fanno qualcosa che non appartiene a loro, a
queste terre, a questi climi, a questi orizzonti. Per questo quindi esorto i
nuovi musicisti, anche se sono tanti ormai che ci seguono in questo discorso,a
rendersi conto della ricchezza dei propri antenati, di quello che ci consegna la
storia, la nostra cultura. Quali
sono le differenze fra i vari movimenti nati, la taranta calabrese, quella della
Puglia che ha coinvolto anche il leggendario Stewart Copeland (batterista dei
police, nda), la tradizione napoletana, da un punto di vista proprio
ritmico? Questa leggenda della taranta si è diversificata nelle varie
regioni. Nella Puglia ha mantenuto il suo carattere di musica terapeutica, in
Calabria è soprattutto legata al ballo, alla ruota e al virtuosismo dei
musicisti calabresi che non ha riscontro in altre regioni. In Campania si è
cristallizzata in una forma che si chiama tamurriata e che è abbastanza
diversa. Ma voglio dire alle origini c’è una cultura orale che ovviamente si
diversifica ma la matrice è comune ed è una matrice che riguarda non solo
tutte le regioni del sud ma di tutta l’area metropolitana. C’è un brano in
particolare, ‘briganti se more', che è talmente compenetrato nello spirito
popolare che tanta gente, a torto, lo ritiene proprio un canto tradizionale…
Questo è un grande complimento, perché inventare e scrivere melodie e testi
che abbiano un carattere di musica popolare è la cosa più difficile da fare. E
brigante se more era talmente perfetta in questo senso, era talmente
compenetrata nello stile popolare che molti credono proprio essere musica
popolare, anzi mi accusano di essermene appropriato. Ha avuto uno strano destino
questo brano… Pensa che mi è capitato qualche volta di qualcuno che mi
diceva: ‘Eugenio, ti devo far sentire un pezzo sul brigantaggio’ e poi quel
pezzo era proprio ‘briganti se more’. Questa canzone l’ho scritta nel
‘78, insieme a Carlo d’Angiò che è un mio compagno di strada, fortissimo.
Era per un film che si chiamava ‘L’eredità della priora’,del regista
Anton Giulio Maiano. L’anno prima aveva fatto uno sceneggiato di grande
successo che era ‘l’isola del tesoro’. Quandi mi chiamò mi disse
‘Eugenio, mi devi scrivere un inno dei briganti’. Così io gli portai ‘omme se nasce, briganti se more’. Non
era cosa facile compenetrarsi nello spirito del brigantaggio… Certo, anche
perché sul brigantaggio non c’era, non c’è niente! C’è stato uno spegnimento della memoria nella cultura italiana e di
tutti i canti che questi facevano non è rimasto niente, come non è rimasto
niente di loro. Allora bisognava immaginarlo, penetrarlo poeticamente quel mondo
e il mondo di un Sud che si è ribellato all’esercito piemontese e che ha
combattuto. Sono contento di avere inventato questa frase ‘omme se nasce
brigante se more’ che ormai fa parte della nostra storia. Stasera
artisti importanti e diversi, si può fare già un bilancio di questo Festival
dello Stretto? In questa serata si sentono cose diverse, cose nuove, anche se
sicuramente abbiamo qualcosa in comune. I Nuklearte li avevo incontrati al Womed
di Peter Gabriel in Inghilterra e li trovo qui adesso a Reggio Calabria. Poi
Cataldo Perri è una musica più da ascolto però fatta da grandi solisti, molto
bella. Poi i Quartaumentata con Massimo Cusato che è nato con me, che hanno
trascinato la piazza, adesso il Parto delle Nuvole Pesanti. Vedi è una bella
situazione, la gente balla, si diverte, è molto bello.
|