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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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Intervista a Lillo Zappia, candidato dell'Unione “Un governo diretto da Romano Prodi sarebbe per la Calabria un riferimento utile, sicuro e positivo. Il Sud dimenticato in questi anni dalla Casa delle Libertà” Riportare la Calabria al centro dell’azione di governo di Antonio Aprile
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Definito l'elenco delle candidature, è chiaro il quadro di chi si propone per rappresentare in Parlamento le istanze della gente e, in particolare, del Sud e della Calabria. Un compito delicato, difficile, che fino ad ora non ha trovato interpreti in grado di incidere in maniera determinante per lo sviluppo dei nostri territori. Per fare il punto della situazione e capire cosa ci si può aspettare, siamo andati a intervistare Lillo Zappia, autorevole esponente dei Ds, impegnato in prima persona come candidato nelle liste dell'Unione.
Ha un’impressione positiva sui risultati delle elezioni di aprile?
«Diciamo che l'esperienza mi ha insegnato che non bisogna mai dare nulla per scontato, tuttavia avverto che va crescendo la credibilità dell'Unione e avverto nella più larga opinione pubblica la consapevolezza che bisogna aprire una nuova stagione nella vita sociale e politica del paese. D'altra parte tutti i successi che abbiamo ottenuto in tutte le elezioni che si sono tenute a partire dal 2001 ci dicono che si è consolidato nella società italiana ed anche in Calabria un orientamento per noi positivo».
Ecco: nella nostra regione, in particolare, come vede la situazione?
«Credo che la Calabria abbia interesse che vinca l'Unione per ritornare al governo del paese. Il suo rinnovamento non può realizzarsi completamente se non trova una sponda nelle politiche del governo nazionale ed è del tutto evidente che un governo diretto da Romano Prodi sarebbe per la Calabria un riferimento utile, sicuro e positivo. D'altra parte se c'è un dato davvero sorprendente è che per la prima volta nella storia della nostra repubblica il Mezzogiorno e la nostra Calabria sono stati letteralmente cancellati dall'agenda dell'esecutivo diretto da Berlusconi».
Si parla in maniera strumentale di programmi, senza andare nella sostanza. C'è difficoltà ad affrontare le questioni pratiche?
«Intanto c'è da dire chi io trovo una qualche difficoltà a definire programma quello presentato dal centrodestra, che è una stantìa ripetizione di quello del 2001, che è stato disatteso in tutti i punti. Per quanto riguarda le opere infrastrutturali, ad esempio, scopriamo anche che nell'ultima finanziaria non ci sono più soldi per la Salerno-Reggio Calabria e la Statale 106; il presidente dell'Anas ha detto che non hanno i soldi neppure per la manutenzione ordinaria. Il nostro programma può essere anche voluminoso…».
Che non è per forza un difetto…
«Certo, ma se anche lo fosse, questo programma contiene proposte precise e dettagliate per i problemi che interessano e travagliano la gente, per fare uscire l'Italia dal declino e rilanciarne l'economia, per il rinnovamento dello stato sociale, le pensioni, la famiglia, per ridare la dignità al lavoro e combattere la precarizzazione che riguarda soprattutto le nuove generazioni».
Il governo attuale è stato negativo anche culturalmente, perché ha dato l'idea che si possa gestire la cosa pubblica badando ad interessi individuali. La gente si è abituata ormai a questo malcostume. Non crede che sia importante recuperare i valori della serietà, della dignità, del bene comune?
«Credo che, nel quadro dei disastri prodotti dal centrodestra e da Berlusconi, il disastro più grande è stato quello che Lei ha indicato. La devastazione che si è prodotta non è stata solo economica e sociale ma è stata anche civile e morale, è stata fatta a pezzi l'etica pubblica. E le leggi ad personam espressione di un' invereconda gestione privatistica dello Stato ne sono proprio l'espressione più emblematica. Ma non credo che gli italiani si siano abituati: c'è una ribellione morale nel paese".
Lei ha toccato il nodo delle infrastrutture. Cosa ci dobbiamo aspettare dal centrosinistra ed in che tempi soprattutto?
«Una delle ragioni del sottosviluppo del Mezzogiorno e della Calabria è la precarietà della rete infrastrutturale e dei servizi. E’ evidente che l'Unione debba prestare una grandissima attenzione a quest'aspetto. Ci sono priorità come l'autostrada, la Statale 106, mettere fine al fatto che siamo l'unica realtà in cui una grande infrastruttura, decisiva per lo sviluppo, come il Porto di Gioia Tauro, non si traduca in un decollo del territorio che gli sta attorno».
Questo perché il Porto di Gioia Tauro fa più da intermediario alle merci straniere che a quelle calabresi…
«Infatti. Bisogna attuare una serie di misure che consentano che il porto abbia una ricaduta sul territorio, che non sia solo un passaggio delle merci dalle grandi navi alle piccole fino alle destinazioni finali, ma che sia anche lavorazione dei prodotti che arrivano».
Qui ci sono tante microrealtà slegate tra loro. Non si deve realizzare una sinergia tra i vari soggetti?
«C'è anche la necessità di cambiare l'ottica rispetto al Mezzogiorno, che non può essere guardato solo come un problema».
Il Mezzogiorno è considerato solo un serbatoio di voti, non è stato mai fatto diventare protagonista…
«Il cambiamento di ottica è proprio questo».
Ci sono, in questo, molte colpe della nostra classe dirigente. Abbiamo, qui, gli uomini per attuare questo cambiamento?
«A prescindere dalle individualità, la responsabilità più grande della classe dirigente calabrese e quella di avere accettato per tanti decenni che la Calabria fosse pensata da altri e in funzione di interessi con essa spesso contrastanti. Io credo che ciò che deve caratterizzare una classe dirigente nuova è proprio questo salto politico e culturale, guardare alla Calabria partendo dai suoi problemi, lavorare per inserirla a pieno titolo nel contesto nazionale ed in quello europeo. La vera rivoluzione che bisogna fare è questa, una classe dirigente che non accetta che la Calabria sia pensata da altri ma costruisca una propria identità positiva, che le faccia conquistare un suo spazio e un suo ruolo».
E' contento delle candidature nell'ambito dell'Unione?
«E' normale che nel momento in cui si fanno le liste ci siano momenti di tensione. Ritengo che noi abbiamo messo in campo una lista autorevole, composta da persone competenti, pulite, guidate dallo stesso Prodi, che vuole significare, così, un impegno particolare verso la Calabria».
Altra questione: la mafia. In ogni campagna elettorale ci sono anche persone impresentabili; ne vede oggi tra i candidati?
«Nel centrosinistra non mi pare di vedere figure con queste connotazioni. Per quanto riguarda il centrodestra non ho un quadro completo e non posso esprimere una valutazione. L'impegno di tenerla fuori dalle liste dovrebbe essere considerato ineludibile, a maggior ragione in Calabria dove c’è una delle più forti organizzazioni criminali».
Che agisce indisturbata…
«Quella che ha una posizione di assoluto dominio nel narcotraffico».
In un'intervista, Piero Fassino mi ha detto che l'Unione si assume l'impegno di una lotta continuativa alla mafia. Possiamo avere fiducia?
«Fassino ha detto una cosa giustissima. La lotta contro la mafia deve avere continuità, una strategia di medio e lungo periodo. Una delle ragioni della sua forza è il suo rapporto con pezzi deviati dello Stato, della politica, delle Istituzioni, della massoneria, non può essere sconfitta in poco tempo. E serve una coerenza nelle scelte. Quella che non ha mostrato chi ha votato una finanziaria che taglia le risorse destinate alla sicurezza, alla direzione nazionale antimafia, chi attacca continuamente la magistratura, chi fa leggi che, oggettivamente, favoriscono la criminalità (rientro dei capitali all'estero, rogatorie internazionali, prescrizioni, ecc.). Ma la criminalità si combatte anche riducendo quell'area di sofferenza e di disagio in cui essa opera. Lo Stato deve presentarsi col doppio volto, di chi combatte ma anche di chi fa l'asilo nido, il campo di calcio…».
Bisogna combattere il degrado in cui crescono oggi i bambini, che toglie la percezione della qualità della vita…
«La vicenda dei giovani di Locri ci ha fatto capire che i ragazzi e le ragazze sono pronti all'impegno politico, se la politica si presenta come servizio verso gli altri, come espressione di grandi positività, idealità alte, quando, per dirla con Berlinguer, ha la capacità di immaginazione del futuro».
Però i partiti sono chiusi in un atteggiamento verticistico che non dà spazio, invece, ai giovani…
" C'è un problema, irrisolto, di rinnovamento della forma e dei contenuti della politica e del rapporto con la società. Ci vuole più coraggio, più apertura soprattutto verso le nuove generazioni»
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