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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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Intervista- Intervista con il chitarrista che ha suonato con i grandi della canzone napoletana Espedito de Marino: musica, aneddoti e quella volta che la Loren… di Antonio Aprile
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Incontriamo Espedito de Marino dopo il suo concerto all’Auditorium Gianni Versace di Reggio Calabria, dove si è esibito nell’ambito della manifestazione “Evergreen, la terza età prima di tutto” promossa dal Comune di Reggio Calabria, con l’organizzazione della Cooperativa “3m Service” del Presidente Roberto Pitasi. Come deve avvenire in questi casi, al di là delle parole di rito, è il pubblico che decreta o meno, con il suo insindacabile giudizio, il successo di un artista e l'Auditorium, pieno di gente che rivolge continui applausi ad Espedito e al suo chitarrista Eugenio Giordano, non lascia dubbi in proposito. Ma c’è anche un altro motivo che rende la serata importante, ed è Espedito stesso a spiegarci quale: «Sono molto felice di tornare a Reggio perchè è da qui, nel lontano 1987, che è iniziato il mio percorso con il grande Roberto Murolo, durato quasi venti anni. Eravamo ospiti di quella meravigliosa rassegna che è CatonaTeatro. Ringrazio, quindi, per l'invito l'associazione e il comune che mi ospitano ed anche il mio carissimo amico e scultore Antonio Pepe, che ha fatto un po' da intermediario».
Cominciamo con un veloce excursus sulla tua carriera: 1500 concerti in tutto il mondo e collaborazioni con molti artisti importanti…
«Si. Brevemente, dopo gli anni del conservatorio ad Avellino, è stato un continuo collaborare con nomi di un certo livello: diciassette anni al fianco di Roberto Murolo, poi Mario Maglione, Bruno Venturini, Nunzio Gallo, Aurelio Fierro. Ho suonato anche con Rostropovich (forse il più importante violoncellista del mondo), e poi con varie orchestre. Dal 1993 ho creato una mia compagnia e l’Associazione Aglaia (www.associazioneaglaia.it)».
Quando si parla di musica napoletana si parla sempre di “esportatori”, come se fosse una specie di missione, tale è il valore culturale di questa musica. Tu come ti senti in questo ruolo?
«Si, la nostra si può definire una missione, certamente, anche se i missionari sono quelli che fanno ben altre cose, danno la vita. Io, in questo senso, cerco di dare il mio contributo, mi muovo spessissimo anche per i diversamente abili, facendo molte serate di beneficenza. Nel senso culturale, invece, hai detto bene definendola una missione, anche perché, probabilmente, non siamo proprio di moda; oggi imperversa la televisione del Grande Fratello, che dà spazio solo a chi va a raccontare i suoi fatti privati; chi fa un certo tipo di discorso culturale è tagliato fuori».
La gavetta è importante, se non c’è una qualità di fondo…
«Certo. Non si può dare l’idea che per arrivare basta avere le amicizie, le raccomandazioni o che non sia necessario avere delle capacità, saper fare qualcosa. Io penso molto ai giovani, guardo la tv con mia figlia Marta che è piccola e mi preoccupo di cosa possa apprendere da questi messaggi che propone».
Che ricordo hai di Murolo?
«Con lui ho avuto un rapporto meraviglioso».
Credo che con un personaggio di questo tipo si impari molto soprattutto da un punto di vista umano…
«Certamente. Lui amava le cose semplici, stare a tavola con gli amici. Ha avuto il successo internazionale ma la sera voleva stare tra gli amici, con me; mi chiamava per passare il Natale insieme. Roberto di fronte ad un piatto di spaghetti gioiva. Vi racconto un aneddoto che conosco: un giorno arrivò Sophia Loren a casa sua. Era mezzogiorno meno cinque. Lui alle dodici soleva mangiare. A mezzogiorno e dieci Roberto le disse: “Guardi, lei è una bellissima signora, però io ora debbo mangià”, così molto semplicemente, come se si trovasse di fronte una signora qualsiasi e non la Loren. Roberto era così…».
Un napoletano genuino…
Ricordate la canzone che cantavano Totò e De Filippo nel film “Totò, Peppino e la malafemmina”? Quel pezzo l’ha scritto Murolo, assieme ad Oliviero. Questo è Roberto, questa è la storia della canzone napoletana. A Napoli, comunque, ci sono due pensieri su di lui. Il mio, che cerco di portare avanti anche col sito, e poi quello della Fondazione Murolo, con cui ho avuto, purtroppo, problemi. Ma io racconto il mio Murolo, e, dopo quasi vent’anni e centinaia di concerti con lui credo di averne tutto il diritto. Riconosco i meriti di chi nell'ultimo periodo lo ha fatto incontrare con Mia Martini, con il meraviglioso brano di Enzo Gragnaniello che è mio grande amico, ma Murolo ha una storia molto importante prima degli ottant'anni. Ricordo un'intervista che gli fece Arbore ma era già stato male, si vedeva che non era più lui. Io queste cose le ho dette ai giornali, a Costanzo, ma bisogna che qualcuno abbia il coraggio di scriverle. Murolo, prima, faceva il concerto a memoria, come mai dopo non imparava più i pezzi? Vi invito a fare questa riflessione. Quando ha fatto Sanremo, l'ha fatto arrabbiato. Che lo portate a fare uno così se poi lo bruciate? Prima o poi devono uscire fuori queste cose su Murolo».
In un’intervista Eugenio Bennato mi parlava di grandi affinità tra Campania e Calabria, sei d’accordo?
«Sicuramente. Ci sono delle affinità forti con la Campania.Tu mi fai una domanda importante perché noi con la musica dobbiamo unire questi due popoli meravigliosi anche per quelle battaglie civili che devono essere poi il volano per lo sviluppo del Mezzogiorno, con la musica, l’attività sociale tra la gente, tra le persone che, oggi, sono bersagliate da falsi messaggi, dalla sottocultura dei media che propongono invece modelli sbagliati soprattutto ai più giovani
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