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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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Intervista al cantautore Simone Cristicchi
«Sono stato frainteso: non volevo essere Biagio Antonacci...»
di Gianfranco Cordì
Simone Cristicchi ha raggiunto la notorietà nel 2005 con il singolo “Vorrei cantare come Biagio” che gli ha consentito di scalare rapidamente le classifiche radiofoniche e di vendita dei singoli. E’ stato un anno pieno di soddisfazioni per il giovane cantautore, culminata con la partecipazione a varie serate del Festivalbar, inclusa quella della serata finale del 14 settembre all’ Arena di Verona, in diretta televisiva. Molti i riconoscimenti prestigiosi vinti, tra cui il Premio Musicultura, il Premio Giorgio Gaber, il Premio della critica di Musica e Dischi per il miglior album di debutto. In tournè per presentare al pubblico il suo ultimo cd, “Fabbricante di canzoni”, lo abbiamo raggiunto e lui molto gentilmente ci ha concesso una intervista:
Melodia ed ironia: come si coniugano, quando si coniugano, questi due elementi?
«Quello che hai nominato è un connubio perfetto nel momento in cui stiamo usando la musica come mezzo di comunicazione. A me piace creare sempre un’alchimia. Per realizzare delle bombe comunicative. Uno dei miei maestri, infatti, è Rino Gaetano. E nel 2003 ho vinto a Crotone il “Cilindro d’argento”, a proposito di questo importantissimo artista calabrese».
Cantava Jannacci: “ Cosa ci vuole chissà/per far successo con la gente/si prende un filo logico importante/ la casa discografica adiacente/veste il cantante/come un deficiente/lo getta nel mercato/sottostante”. I meccanismi per arrivare al successo, oggi, quali sono?
«Si, i meccanismi sono uguali a quelli cui faceva riferimento Jannacci. E’ cambiata la moda. Il mio disco, vedi, si chiama “Fabbricante di canzoni”. Le canzoni sono dei prodotti fatti a tavolino. I pedofili musicali di cui parlo ad un certo punto di una mia canzone sono quei personaggi (ho voluto sottolineare proprio questo, scrivendo quell’espressione) che vanno sempre dietro ai gusti delle ragazzine, piuttosto che delle persone che sappiano indicare loro un determinato gusto. Una canzone non deve essere creata in maniera istintiva; io mi ritengo, se vuoi, un artigiano delle canzoni. La fatica vera sta nel cercare di trovare il modo migliore per fare questo mestiere. Il nostro è un lavoro di cesello. De Andrè, per esempio, passava anche una settimana su una singola frase della canzone che stava scrivendo. E adesso De Andrè sta sui libri di letteratura…».
Al Festival di Sanremo hai ottenuto un riconoscimento importante. Anche se, come recita il jingle “Sanremo è Sanremo”, si può uscire dal questo clichè oppure (in ogni caso) una volta che uno va a Sanremo se ne rimane intrappolati?
«Sanremo non cambierà mai. Per alcuni suoi meccanismi non cambierà mai davvero. Io avevo molto a cuore il messaggio contenuto nella mia canzone “Che bella gente”. Cioè quello di dire qualcosa contro le ipocrisie, le cattiverie dilaganti. Anch’io sono stato vittima di un piccolo pregiudizio. Un pregiudizio legato ad un tormentone dell’estate. In realtà, la canzone su Biagio Antonacci era una canzone di protesta. Ho capito dunque che quando si gioca con l’ironia quello che si rischia è di essere fraintesi. Quella canzone è un atto di accusa verso chi non da nessuna visibilità ai giovani. Comunque Sanremo è servito a mettere a fuoco me stesso. A Sanremo, per esempio, io non ho sorriso mai e non ho fatto mossette o urletti. Ero me stesso con una canzone. Con una canzone, fra l’altro, niente affatto leggera o sanremese. Per questo devo ringraziare la mia casa discografica. In ogni caso a Sanremo ci sono passati anche i grandi cantautori di oggi. Sanremo ha bisogno di questo, a parte tutto è il suo clichè. Ha bisogno di questi spazi».
Hai cantato di Biagio Antonacci, di studentesse universitarie alle prese con i problemi di ogni giorno, di “bella gente” che parla solo male del suo prossimo. Quella che tu hai messo in scena mi sembra una specie di fenomenologia del quotidiano. Ti riconosceresti nella definizione di cantautore minimalista?
«Si. Mi piace molto questa definizione di minimalista. Io vengo da un esperienza fatta coi malati di mente. E stando insieme a loro ho imparato che cos’è il particolare. Io stesso mi sono definito un autistico. Questa è la mia sensibilità. Che mette sempre a fuoco il particolare. Che è poi l’essenza di un’opera d’arte. Alcune mie canzoni sono delle vere e proprie sceneggiature. La canzone “Angelo custode”, ad esempio, è scritta proprio così. Ed essa è una storia d’amore vissuta da questo custode… ».
Con la canzone “Vorrei cantare come Biagio Antonacci” tu ti sei posto come fossi una specie di italiano-medio che di mestiere fa il cantante. E che coltiva un sogno parecchio borghese: cantare appunto come il suo idolo. Ora, se è vero che De Gregori ha scritto per gli artisti “siamo una grande famiglia”, in questa “grande famiglia” è capitato che tu aprissi un concerto di Biagio Antonacci cantando “Vorrei cantare come Biagio Antonacci” e che poi entrasse in scena lo stesso Antonacci a cantare i propri pezzi. Ti sei mai chiesto se in un gioco di questo tipo non ci sia il rischio che qualcuno possa rimanere schiacciato da tutto questo? In fondo, un gioco di questo tipo non è un gioco al massacro?
«Vedi, io ho sempre sognato di cantare al “Palalottomatica” di Roma. Quando ho ricevuto quell’invito si trattava della mia prima uscita. Ed io allora avevo un grande sogno nel cassetto che stava per avverarsi. Dall’altra parte quella era una canzone che criticava anche un certo modo di fare musica. Ho dunque pensato “Chissà come la prendono?”. Certo, mi sono reso conto della grande ambiguità contenuta in questa canzone…Agli inizi può darsi che si facciano anche degli errori, è inevitabile. La cosa più brutta per un artista è quella di copiare da un altro artista. Le persone che posseggono il senso dell’ironia hanno però capito quale era il senso vero di quella mia uscita».
L’intervista è finita, nel salutarci il cantautore ci lascia con queste ultime parole: “Io mi sento sempre un po’ affacciato al balcone. Mi definirei uno spione. Questo non vuol dire che poi le cose io non le debba o non le possa vivere in prima persona. In generale le mie storie mi vengono fuori anche guardando delle semplici foto”. Simone si allontana per firmare alcuni autografi, questa volta lo spiato è lui e la cosa sembra causargli anche un po’ di gioia…  
 

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