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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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Intervista a Giuseppe Soluri
Giuseppe Soluri: «Non è solo la politica a minacciare la libertà di stampa»
Presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Calabria
di Antonio Aprile

Periodo di grande mobilitazione per i giornalisti, che hanno scioperato più volte per il contratto di lavoro, la tutela della libertà di informazione, contro i recenti provvedimenti in materia di intercettazioni, contro il rischio di abolizione dell’Ordine. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, che, ci ricorda, dopo un periodo molto difficile di debiti e commissariamento è diventato, grazie ad una gestione attenta e senza sprechi, uno dei pochi ordini (sono solo tre in tutta Italia) ad avere i conti in ordine.
Presidente, la prima domanda è quasi ovvia: chi minaccia la libertà di informazione, solo la politica?
«La politica l'ha sempre minacciata, per definizione, perchè per sua stessa natura tende ad invadere il campo dell'informazione al fine di trasformare l'informazione libera in una informazione asservita. Che la politica faccia questo, da sempre, è un dato scontato. Negli ultimi anni, accanto all'invasione della politica, si è creata l'invasione, ancora più pericolosa per certi aspetti, del potere economico. Questo perché in Italia non esistono editori puri; non sono mai esistiti. Tutti, almeno quelli grossi, non parlo di quelli locali, regionali o provinciali, hanno interessi di altra natura che non sono editoriali. In America, per esempio, in linea di massima ci sono editori puri che si occupano, quindi, solo di giornali o di televisioni. In Italia, invece, sono grandi imprese industriali, finanziarie, bancarie, ecc. che utlizzano i giornali o le televisioni come supporto ai loro interessi».
Sempre che i giornalisti si prestino a questo gioco…
«Naturalmente, sempre che i giornalisti si prestino o finiscano con il "doversi" prestare. Ma c'è poi un terzo fattore che minaccia la libertà di informazione in Italia, oltre alla politica e alla grande economia e finanza. Un fattore, anche questo, molto pericoloso. Mi riferisco alle intimidazioni di vario genere, anche di natura legale come, ad esempio, multe pesanti o condanne per diffamazione. Sono rischi questi che creano nel giornalista la consapevolezza che, in pratica, meno cose scrive, di meno cose parla, meno cose pubblica e tutto sommato più tranquillo sta. Da un certo punto di vista può essere anche vero, ma questo rappresenta l'antitesi di quello che è, alla fine, il ruolo del giornalista».
Insomma, oggi si ha paura di dare troppo fastidio?
«Si, però quando uno comincia a considerare che si può ritrovare con facilità in una causa per diffamazione, una richiesta di risarcimento danni, o anche una denunzia all'ordine, rischiando di trovarsi con tremila grattacapi, inevitabilmente comincia allora a pensare "in fondo chi me lo fa fare". In questo momento, ecco che la libertà di stampa viene meno».
Il punto è: come ovviare a questo?
«Intanto con l'unità di una categoria che oggi è più o meno accerchiata da tutti. Si ha l'impressione che voglia essere punita da tutti. Per questo senza unità non si va avanti. Se ognuno pensa al proprio orticello potrà anche avere l'impressione di essersi salvaguardato lui, ma scoprirà che tutto il territorio è stato preso da altri. Ci vuole, quindi la piena consapevolezza di quello che è il proprio ruolo. Quindi una difesa strenua dei propri diritti e dei propri doveri perché, ribadisco, difendere i propri significa difendere anche quelli degli altri».
Guardandoci intorno, non crede che ci sono troppi cattivi esempi di giornalismo che nuocciono all'immagine stessa della professione? E spesso non vengono presi provvedimenti adeguati per sanzionare comportamenti che a volte possono essere configurati come dei veri reati. Mi viene in mente il caso del vicedirettore di Libero, Renato Farina.
«Più che un reato credo che si possa considerare una mancanza deontologica. Farina è stato sanzionato per questa mancanza dal proprio ordine di appartenenza».
Il fatto però che sia stato sospeso solo per un anno a molti è parsa una risposta poco adeguata, troppo blanda ...
«Qui ci sono due scuole di pensiero: quella che la considera blanda, come dice lei, e quella che la considera, invece, corrispondente alle esigenze; anche perché Farina, comunque, ha subito un danno di immagine notevole attraverso la pubblicazione di quello che è venuto fuori. Che può rappresentare, quindi, una punizione già pesante. Appesantirla ancora di più, per questa seconda scuola di pensiero, potrebbe risultare eccessivo rispetto a quello che comunque non è considerato una reato bensì una mancanza, anche se certamente grave da un punto di vista deontologico».
In Italia esiste un giornalismo prevalentemente di opinione che tende ad orientare piuttosto che ad informare. Anche per il fatto che, lo diceva lei prima, che non ci sono editori puri e quindi le esigenze dei media che gestiscono sono di promuovere consumi o idee. E' d'accordo su questo problema?
«Il motivo per cui dal dopoguerra ad oggi non si è guadagnata una sola copia di giornale venduto, che se ci pensiamo è pazzesco, considerando anche i cambiamenti tecnologici che ci sono stati, la dice lunga sul fatto che i giornali italiani rappresentano quasi tutti, più che un servizio al lettore, una sorta di entità autoreferenziale che serve o per fini autoreferenziali dei giornalisti stessi o per altri collegabili all'editore. Ad un certo punto questa situazione ha creato una disaffezione del lettore che ha portato ad una diminuzione del numero dei giornali venduti. Poi possiamo aggiungere il dominio della televisione e altre cose, però questi mezzi nuovi ci sono stati anche altrove, non solo in Italia Quindi ci sarà un motivo se qui l'indice di lettura non è aumentato al contrario di questi altri paesi».  
 

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