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L’informazione, pur di qualità, non può incidere più di tanto se resta isolata e se, soprattutto, non svolge la sua funzione in maniera continuativa. C’è chi cerca di fare inchieste importanti, non banali, denunciando abusi e situazioni di corruzione. Pensiamo, ad esempio, a “Report”, la nota trasmissione di Raitre, con le sue originali e documentate inchieste sui malcostumi della nostra società. Ma casi come questo sonocomunque rari ed, allo stesso tempo, emblematici di un punto molto importante: non conta, in termini di incisività, la qualità dell’informazione ma la sua quantità. I media, che determinano questa quantità di informazione, per come sono strutturati, per le proprietà che ci sono dietro e che li gestiscono, svolgono, nella maggior parte dei casi, un ruolo negativo, privilegiando e dando risalto ad informazioni funzionali a determinati interessi. Anche a livello locale, dove abbiamo, con qualche eccezione, media che si limitano semplicemente a constatare l’esistente ed a legittimarlo; non mancano quelli autorevoli, certamente, che hanno un grande seguito; però non incidono nei processi di sviluppo e non determinano cambiamento. Infatti non ricordiamo, in tanti anni, una qualsiasi battaglia su una questione specifica, non partitica ma di civilità; si limitano essi stessi a sopravvivere, usando la propria autorità per servire la politica di turno. L’abbiamo spesso criticata questa politica, non sarebbe giusto dimenticare le responsabilità degli altri settori che agiscono sul territorio e che le consentono di fare qualsiasi cosa, per la sua naturale invadenza, per la sua naturale potenza ma soprattutto per la debolezza di chi si fa facilmente dominare e sottomettere. Sono contesti difficili, lo capiamo questo, quello calabrese in particolare, ma anche quello nazionale in generale. Le concentrazioni di potere, vero problema della società moderna, diminuiscono gli spazi di libertà ed aumentano con intimidazioni più o meno legittime, più o meno velate, le loro azioni di controllo. Ci chiediamo, però, come sarebbe la situazione se i mezzi di informazione fossero gestiti in maniera diversa, fossero puntati con continuità sui problemi e sulle questioni importanti; se dessero alle giuste informazioni quella quantità necessaria perché queste abbiano incisività e capacità di determinare delle conseguenze, consapevoli o meno, in chi le percepisce. Perchè la libertà di cui oggi si parla tanto non esiste senza informazione. E’ anche questo uno dei motivi per cui questa televisione, governo dopo governo sempre in mano ai partiti e poco libera, alla fine può anche permettersi di tollerare il Santoro o la Gabanelli di turno. Relegati nei loro spazi più o meno angusti possono incidere per qualche giorno, ma poi nel mare magnum dei Vespa, dei reality, delle solleticazioni di questi mezzi di uniformazione di massa, vengono presto dimenticati e la gente distratta con altre questioni.
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