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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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Le nostre interviste
Sergio Laganà tra i ciclisti professionisti
Non solo calcio in Calabria
di - -
REGGIO - Si contano sulle dita di una mano i ciclisti calabresi riusciti ad entrare nel mondo dei professionisti. Tra questi, il giovane Sergio Laganà, di Pellaro, che, dopo tanti anni di sacrifici e impegno ha raggiunto il prestigioso traguardo, entrando a far parte del team professionista Tenax-Salmilano con cui disputerà la prossima stagione agonistica. Siamo andati a conoscerlo da vicino e a farci raccontare sogni e speranze di questo nuovo protagonista dello sport calabrese, in attesa di vederlo di nuovo in sella e fare il tifo per lui.
Come nasce la tua passione per il ciclismo?
«È nata a quindici anni, ho iniziato a correre a Reggio dove, per fortuna, la squadra di Pino Neto mi ha dato la possibilità di iniziare con i giovani. Ho fatto due anni con lui, poi uno con la Palazzago di Bergamo, poi uno con l’Arredo Mulinari, dove ho avuto come direttore sportivo Michele Coppolillo e poi ho fatto quattro anni alla Monsummanese, fino a quest’anno. Ho vinto due gare, di cui una internazionale, battendo il campione italiano che mi aveva battuto, a sua volta, nel campionato, dove sono arrivato secondo; in pratica mi sono preso la rivincita. Sono stato dodicesimo in classifica generale del Giro d’Italia dilettanti, dove ho pensato prevalentemente a dare una mano al mio compagno, Dario Cataldo, che poi ha vinto. Mi sarei potuto posizionare meglio ma ho preferito mettermi a sua disposizione. Devo dire che, anche se nei dilettanti devi cercare di metterti in mostra, non metterti al servizio degli altri perché un piazzamento può essere molto importante, mi sono messo più in evidenza così piuttosto che arrivando magari quinto o sesto. Per fortuna c’è stato chi ha creduto nelle mie qualità, indipendentemente dal piazzamento, e mi riferisco a Fabio Bordonali, team manager della Tenax-Salmilano, che mi ha fatto passare nel professionismo. E’ andata bene così, quindi».
Quali sono gli obiettivi che ti poni adesso?
«L’obiettivo più importante l’ ho raggiunto, per ora: quello di passare professionista. È una cosa importante perché corona tanti anni di sacrifici, tante ore passate ad allenarmi. E’ chiaro che adesso devo cercare di rimanere in questa categoria. L’obiettivo è quello, quindi, di dare il massimo che posso, di esprimermi al meglio e quindi confermare la fiducia che in molti hanno riposto in me, portando in alto il nome di Reggio e della Calabria».
Nella tua esperienza, partire dalla Calabria cosa ti ha dato in più e in cosa, invece, ti ha limitato?
«Devo dire che qui, purtroppo, c’è prevalentemente calcio. Gli altri sport sono penalizzati, hanno poca visibilità, ed è un peccato perché ce ne sono di bellissimi. Naturalmente amo il ciclismo ma ce ne sono tanti che varrebbe la pena di fare. Comunque, in questa situazione di carenza generale ho trovato la squadra di Pino Neto che mi ha permesso di iniziare. Spero, anche con il fatto di essere diventato professionista, di poter invogliare, magari, un po’ di gente a credere anche nel ciclismo, far capire che non c’è solo il calcio e che, anche partendo da una regione meno attrezzata come la nostra, si può arrivare a fare il professionista».
I tuoi miti nel ciclismo di oggi?
«Il mio idolo è stato, e resta, Marco Pantani. Tra le corse, invece, quella che mi affascina di più è il Giro d’Italia».
Tu sei uno scalatore, uno di fatica, vero?
«Passista-scalatore, riesco a tenere un certo passo per molto più tempo, riesco ad andare bene in salita».
A chi ti senti di dover dire grazie?
«A tutti coloro che mi hanno aiutato. Alla mia famiglia, e, in particolare, a tre persone: mio nonno Filippo che adesso non c’è più, a Pino Neto e a Luigi Cariati».
Il ciclismo, ultimamente, ha passato un periodo di crisi per le note vicende sul doping. Cosa ti senti di dire, al riguardo?
«Mi sento di dire che, alla fine, hanno fatto tanto casino per nulla. Se andiamo a vedere i risultati, chi hanno condannato? C’è molta colpa dei giornalisti che hanno ingrandito le cose oltre quelle che erano le dimensioni giuste, penalizzando uno sport bello come il ciclismo, fatto di grandi sacrifici e tanta, tanta fatica. Questo non dimentichiamocelo. Certo, il doping esiste, non si può nascondere. Il problema, però, c’è nel ciclismo come nel calcio, o in altri sport».
L’ambiente è sano, quindi? Conta ancora la fatica?
«Certo. Queste cose vengono sottovalutate e i sacrifici che il ciclista fa vengono proprio messi da parte. Non si può dire che il ciclismo è tutto doping, ci sono lunghi allenamenti e fatica dietro un atleta».
Normalmente, quanto ti alleni?
«Dipende. Dalle quattro alle sei sette ore. A volte anche otto. E’ uno sport molto impegnativo in cui ti devi allenare sempre, tutti i giorni. Non esistono feste, la Pasqua, Natale. Tutti i giorni in sella ad allenarsi. E sei solo con la tua bicicletta. E’ uno sport individuale molto faticoso».
Forse oggi c’è poca propensione al sacrificio, si preferiscono altri sport…
«Sicuramente quelli con più visibilità. Ti ripeto, soprattutto il calcio. Però, anche se iniziano a praticarlo in tantissimi, a migliaia da bambini, alla fine quanti sono che arrivano ad alti livelli? Comunque, in tutte le cose ci vuole passione, se non si ha, è inutile iniziare».
Cosa ti senti di chiedere, in questo senso, alla politica?
«Di aiutare gli sport minori, anche se non mi piace la definizione di “minore”, meglio dire “meno conosciuti”; soprattutto in Calabria ed a Reggio, perché magari in altre città o regioni li conoscono e li seguono un po’ di più».  
 

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