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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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Cinema Borat, di Larry Charles di Antonio Perrone
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Caustico, sardonico, irriverente, Borat è tutto questo. Il film, dopo aver diviso il pubblico di tutto il mondo, tra entusiasti e scandalizzati, sbarca anche da noi e promette di essere l’evento comico dell’anno. Già dal titolo si scorge il suo intento farsesco: “Borat” studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan. Borat Sagdiyev, interpretato da Sasha Baron Cohen , star comica della televisione inglese, è un celebre giornalista della tv del Kazakistan che viene inviato negli Stati Uniti per girare un reportage sulla più grande nazione del mondo. Giunto sul posto, il protagonista abbandona presto i suoi propositi di “viaggio culturale” sugli usi e costumi del popolo americano, per mettersi alla ricerca di Pamela Anderson. La pellicola prosegue sulla falsariga del “politicamente scorretto” ed infatti per tutto il film vengono messe in evidenza le profonde differenze di stile di vita tra la terra natale del nostro eroe e gli USA. Il Kazakhstan viene descritto come uno stato dove vigono le usanze più incredibili: lo stupro legalizzato, la prostituzione incoraggiata, le feste nazionali prevedono la caccia all’ebreo. Naturalmente il protagonista, catapultato dalle campagne kazake alla multietnica realtà newyorkese, si trova quantomeno disorientato e dà vita ad una serie di situazioni comiche e surreali: si mostra misogino con delle femministe, razzista con i neri, antisemita con gli ebrei. Durante il viaggio incontra personaggi che non si stupiscono delle sue assurde affermazioni: il venditore di macchine che gli mostra il modello che “può investire uno zingaro senza rovinare il parabrezza”, oppure il commesso che gli propone una pistola per difendersi dagli ebrei (l’antisemitismo è un tema ricorrente). Il suo sguardo da etnologo folle, con il suo inglese sgangherato fa tutto ciò che è necessario per far crollare le ipocrisie e le contraddizioni della cultura americana. Il film, inoltre, calca la mano sull’aspetto parodistico: Il “coast to coast”, scandito dalle note di Born to be Wild degli Steppenwolf, richiama alla memoria Easy Rider. L’unica variante è che, a differenza dei centauri del sogno americano, questa volta ci troviamo al cospetto di un assurdo giornalista che attraversa l’America su di un camioncino per i gelati, con un orso a bordo e un produttore televisivo al seguito. Girato a metà tra il documentario e la candid camera, il film alterna momenti esilaranti e gag pecorecce. Nel suo furore iconoclasta Borat si scaglia contro le convenzioni occidentali: osserva disorientato il fervore mistico dei Pentecostali e poi rimane stupito quando, avendo invitato una prostituta ad una cena, tutti vanno via. Il film mette a dura prova la morale, sfida continuamente il buon gusto dello spettatore, non stupisce che abbia suscitato polemiche e ricevuto numerose denunce, ma alla fine esce vincente, perché svela come molti dei pregiudizi del protagonista, molte delle sue ritrosie mentali, in realtà, sotto la superficie, appartengono a tanti altri.
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