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Periodo di campagna elettorale per la nostra città. Una fase di apparente calma che precede la tempesta, o almeno così dovrebbe essere. Ne abbiamo vissute tante di elezioni, ognuna con le sue promesse e illusioni e siamo ancora indietro. Anche perché la politica poco lungimirante di questi anni, alla perenne ricerca del consenso, incapace di programmare o che non si preoccupa di costruire per tempo un’alternativa credibile, brucia tutta la propria essenza nei ristretti margini temporali che separano tornate elettorali sempre più varie e vicine, abituandoci ad un approccio minimale nei suoi confronti. In fondo, quello che conta per qualcuno è raccattare una manciata di voti e per qualche altro farseli pagare ad un buon prezzo, in termini di favori, lavoro o quant’altro, forti solo fino a quando non viene qualcuno a solleticare il nostro opportunismo e il nostro bisogno individuale. Definire tutto ciò come una questione di sopravvivenza sarebbe quasi dargli un connotato positivo o perlomeno di ineluttabilità. Intanto ci perdiamo tutti. Progetti, ambizioni a lungo termine vengono soppiantati da orizzonti ristretti e da opportunismi; quello che alla fine ci rimane è poco più di un pugno di mosche o gli echi di slogan, miti ed eroi inventati come paravento da una politica che crea miraggi a cui in realtà non crede più nessuno ma che continua a vendere a caro prezzo. Perché la realtà non è quella che amiamo raccontarci, non bastano gli slogan di Oliviero Toscani a raccontarci una Calabria che non c’è, né i manifesti di una città turistica, moderna e culturale, a raccontarci una Reggio che non decolla. La realtà non è quella che noi stessi amiamo immaginare o che ci racconta la politica, ma quella che viviamo quotidianamente e che emerge dal confronto non solo con le nostre ambizioni ma anche con gli altri, con le altre città, con la altre province, con le altre regioni. Intanto, di queste rivoluzioni millantate o continuamente promesse cosa ci resta? Lo sviluppo di una economia e di un mercato del lavoro che siano indipendenti dai continui finanziamenti della politica? Un’idea del vivere civile che ci faccia indignare di fronte alle strisce pedonali cancellate dall’incuria piuttosto che sorprenderci quando invece ne vediamo di chiare e lucenti? Un sistema sociale ed economico che sia in grado di sopravvivere autonomamente? Tolto il sostegno di origine politica, se d’un tratto non avessimo più finanziamenti pubblici a cui attingere, cosa rimarrebbe di tutto quello che si muove oggi, qui? Cosa è stato costruito di strutturale e duraturo? Quali fondamenta? I partiti dovrebbero preoccuparsi un po’ meno del loro presente e molto più del futuro di tutti, come noi cittadini, del resto, anche perché, come diceva Kettering, “lì ci dovremo passare tutto il resto della nostra vita”.
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