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In uno Stato democratico i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, dovrebbero essere autonomi ed occuparsi di sfere specifiche con correttezza e nella piena indipendenza. Così però non è in Italia e, quindi, in Calabria, dove sembra essere ritornati ai tempi precedenti la rivoluzione francese quando il re aveva potere assoluto e i nobili vivevano a corte gozzovigliando e sperperando le risorse che i cittadini, continuamente vessati da tasse, sempre più insostenibili, erano costretti a pagare. Oggi non abbiamo il re, è vero, e i nobili sono stati accantonati. Abbiamo, però, una classe politica dirigente che molto si avvicina, gode di stipendi e privilegi eccessivi, si circonda di portaborse altrettanto lautamente pagati con i soldi della collettività, che è diventata “ereditaria” tanto è inamovibile e non ricambiabile, e che ha fatto ritornare l’Italia a quella cantata da Dante come “serva…di dolore ostello , nave senza nocchiero in gran tempesta non donna di provincia ma bordello”. Una classe politica che s’indigna, ma solo a parole, per lo strapotere della mafia, che non sembra avere a cuore l’illegalità, distratta quando vengono a galla gli scandali della Parmalat o le truffe delle banche nei confronti dei cittadini i cui interessi dovrebbero governare e tutelare. E che non tollera neanche che si indaghi. L’on. Lumia, commentando l’avviso di garanzia inviato alla Laganà, si è dichiarato “esterrefatto”. Anche noi lo siamo, ma per motivi assolutamente diversi dai suoi. E’ paradossale che un componente antimafia deleggittimi così apertamente il lavoro della Magistratura; ogni volta che un esponente politico viene raggiunto da un avviso di garanzia, e non per abuso d’ufficio, ma per reati gravi, c’è la corsa alla solidarietà per l’indagato, quindi uno schieramento di parte, salvo poi a dire che si ha piena fiducia nel lavoro dei giudici, il cui operato però viene messo subito sotto cattiva luce. Nel caso specifico, l’on Laganà è stata per anni vice direttore sanitario dell’ospedale di Locri e il suo ufficio, almeno da quel che la stampa ha detto, era di fronte, addirittura, a quello di Marcianò, implicato nell’omicidio di suo marito; il padre dell’on Maria Grazia, a sua volta ex deputato e braccio destro del fu on. Antoniozzi, è stato sempre parte attiva, con ruoli non secondari, nella gestione dell’ospedale da tutti ritenuto ad alto tasso mafioso. Il sospetto, come minimo, che qualcosa di strano ci sia e che sia opportuno quantomeno fare delle indagini, forse è anche legittimo. Il suddetto ospedale, oggi, è un disastro sia dal punto di vista economico, debiti per milioni di euro, che sanitario, e delle spiegazioni è un diritto della comunità riceverle ed un dovere dei diretti interessati, di chi ha gestito sotto varie forme tutto questo, darle. Moralmente si possono delineare già delle corresponsabilità. Da un punto di vista giudiziario e penale sarà la magistratura a verificarlo e vorremmo che chi dice di avere le carte in regola abbia rispetto per il suo lavoro nei fatti e non solo a parole. Un film già visto troppe volte questo di una magistratura che quando attacca la politica si trova sempre a doversi prima difendere e rivendicare la legittimità di ciò che fa già nella prima fase delle indagini. Diritto personale per chiunque esprimere solidarietà ad un amico indagato, ma senza gettare ombra sulla correttezza degli organi indaganti perché questo vuol dire ledere un principio di autonomia dei poteri che è la base di una democrazia, sempre che se ne voglia salvaguardare la salute.
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