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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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Intervista Dalle problematiche della regione Calabria fino alle imminenti comunali di Reggio Natino Aloi, volto storico della destra reggina di Antonio Aprile
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L’onorevole Natino Aloi è uno dei personaggi politici più noti di Reggio Calabria. Uno di quelli che, senza abusare di aggettivi, possiamo definire storici ed uno dei pochi che godono della stima anche di chi, pur essendo di diverso colore politico, riconosce le sue qualità di coerenza e idealità. Caratteristiche che lo hanno portato alla rottura con An e all’adesione allo schieramento Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini, in cui è componente dell’esecutivo nazionale. Nel corso di una carriera lunghissima, Aloi, dopo aver svolto ruoli importanti all’interno delle istituzioni comunali, provinciali e regionali, è stato parlamentare ed anche Sottosegretario di Stato alla Pubblica Istruzione. Recentemente è stato più volte al centro dell’attenzione per la sua battaglia sulla cosiddetta questione morale, in una fase come quella attuale in cui la politica, da destra a sinistra, non gode di buona salute. Lo abbiamo incontrato per un’intervista che ha toccato molti punti, dai problemi della regione alle prospettive per le comunali della città di Reggio Calabria, per le quali, in una riunione con il coordinamento provinciale del suo partito, Aloi ha ribadito la necessità di essere presenti con una propria lista ed un eventuale proprio candidato a sindaco.
Onorevole, partiamo dai recenti fatti di cronaca: l’arresto dei presunti mandanti dell’omicidio Congiusta e la questione Locride. Che ne pensa? «E’ un fatto certamente importante questo risultato e speriamo venga confermato nelle fasi successive del processo. Una vicenda riconducibile a certe logiche criminali che creano nella Locride momenti di invivibilità ma anche di inagibilità politica, economica e sociale. Certo, il discorso va visto in maniera più complessa e ed articolata e non può essere limitato a fatti episodici anche se, per tanti versi, validi. Vede, io ho fatto anche il consigliere comunale a Locri, conosco bene questi luoghi. Nessuno poteva prevedere gli sviluppi sconfortanti che fanno capo alla vicenda Fortugno ed a tutto ciò che si muove attorno ad essa. Bene fa il vescovo, Mons. Bregantini, con la sua azione generosa di uomo di chiesa a rivendicare la dignità dell’uomo e della vita. Un’azione degna di un’autorità morale come la Chiesa calabrese che da diversi anni parla di vuoto etico in Calabria. La sua voce, per me in questo momento la cattedra più credibile, purtroppo però, non viene ascoltata. Vede, il discorso della criminalità passa attraverso il problema della classe politica e in particolare di un ceto politico calabrese di cui ha parlato anche il Ministro Padoa Schioppa dalle pagine del Corriere della Sera. Nel corso della mia lunga carriera politica ho ricoperto numerosi incarichi e posso dirle che la classe politica deve rendersi conto che la logica dell’affare non paga se non è supportata da una concezione della politica in senso morale ed etico. Ho sempre posto al centro di ogni mio discorso la questione morale, ma non in termini strumentali come fanno alcune forze che da una parte parlano di questione morale e dall’altra se ne vanno davanti al carcere di Cosenza perché un magistrato ha preso una decisione non gradita. E plaudo al movimento dei giovani, a questi ragazzi di Ammazzateci Tutti, anche se questa mi sembra un forma rinunciataria per dei giovani di vent’anni, che rischia di sembrare un messaggio di passività, quasi di resa, mentre i giovani devono lottare con forza».
In realtà l’autore dello striscione ha spiegato che questa scritta, per lui, non è una resa ma una sfida, pensata come un modo per dire: ora siamo in tanti, ammazzateci tutti se ci riuscite… «Certo, ma è un discorso che ha bisogno di una interpretazione. Un messaggio di questo tipo che arriva al Nord, dove c’è una logica diversa, senza questo supporto interpretativo esegetico, può essere visto come una forma di rinuncia, di accettazione. Comunque plaudo a questi ragazzi anche se poi sono scoppiati gli scontri tra alcuni di loro che si rifanno a certi partiti politici tanto che si è venuto a creare un conflitto nell’ambito di una realtà del centro-sinistra. Io, comunque, colgo l’occasione per rendere omaggio al giudice Romano De Grazia, vecchio amico mio, che sta conducendo una battaglia generosissima. Lui sa che nel corso delle ultime elezioni sono andato a Locri a sottoscrivere con altri, come il dottore Mimmo Latella, quel patto in difesa della legalità e a impegnarci che non avremmo mai consentito a chi non aveva le carte in regola di prendere parte alla vita politica ed entrare in liste elettorali. Bisogna andare verso un discorso di trasparenza, chiarezza e linearità sennò la battaglia, soprattutto con questo ceto politico, non può avere risultati positivi».
A proposito di De Grazia e della sua battaglia per l’approvazione del ddl Lazzati: ritiene che ci sia un buco legislativo in materia di criminalità organizzata o ci sono anche delle leggi che non vengono applicate? «Guardi, io sottoscrivo in pieno quella proposta di legge. Il problema vero è uno solo: si dovrebbero fare meno parate, meno esibizioni. Le varie commissioni, antimafia o meno, dovrebbero essere molto più incisive, puntare verso l’obiettivo. Leonardo Sciascia, quando parlava di professionisti dell’antimafia, aveva anche ragione. Se si facessero meno dichiarazioni e più fatti, ci fossero soprattutto meno collusioni con certi ambienti, le cose andrebbero molto meglio, La realtà è che chi ha problemi della giustizia non dovrebbe poter entrare nell’antimafia. Mi pare una contraddizione in termini. La mia tesi torna ancora alla questione morale. Mi chiedo come si può pensare che si possa far parte di una commissione antimafia e nel contempo, quando propri amici vengono coinvolti in vicende giudiziarie, andare, in sostanza, contro la magistratura. La logica dovrebbe essere quella di avere fiducia nella forze della giustizia, non delegittimarle, e di affidarsi alla serietà della magistratura, al di là che una qualche parte possa anche essere politicizzata. Io sono sempre per la civiltà del diritto, una persona è rea solo quando la sentenza passa in giudicato, però, per motivi di ordine politico e morale, sarebbe opportuno che chi ha incarichi politici ed a che fare con la giustizia si mettesse da parte in attesa che la propria posizione venga definita. Deve essere una sensibilità dell’interessato, oltre che dei partiti politici. Ci vuole coerenza e trasparenza, presentarsi ed offrire al corpo elettorale una immagine di correttezza. Quando si parla di disaffezione nei confronti della politica non ci si deve sorprendere. Per me è centrale ed io plaudo, sempre da laico quale sono, agli appelli della chiesa che pone sempre al centro la questione morale».
Doversi rimettere all’assunzione di responsabilità del singolo, non indica, però, un’assenza di regole che tutelino il cittadino? Perché poi alla fine nessuno spontaneamente si mette da parte… «Certamente, ma da vecchio professore io sono per l’autoeducazione, cioè a dire per creare nell’individuo la coscienza della propria autocoscienza. Quando il cittadino assume una posizione di disaffezione la colpa non è sua perché i modelli che la politica offre, a livello nazionale e locale, alle nuove generazioni non sono modelli da imitare ma della peggiore specie. Io sono di scuola gentiliana e credo nel valore dello Stato e dello Stato-etico, che mi è tanto caro».
Ma in sostanza, tornando al delitto Fortugno, che idea si è fatto? «L’idea di una vicenda oscura perché mi pare che non si sia addivenuti, al di là di qualche arresto effettuato, al bandolo della matassa. Mi sembra che sia tutto poco chiaro, ci sono delle strane versioni su questo omicidio. La magistratura fa il suo corso ma mi chiedo se c’è la volontà politica di andare a fondo, con tutto il rispetto per la magistratura e le forze dell’ordine, che fanno quello che possono. Non le pare che al di là di qualche arresto ci siano troppi punti oscuri, troppe zone d’ombra? Io sono molto perplesso, come lo è la pubblica opinione. Ripeto, bisogna vedere il discorso delle Locride in un contesto più ampio che è la realtà dell’agibilità politica della Calabria. Io spero molto nei giovani, per questo dico loro di impegnarsi in politica perché la rigenerazione può avvenire solo se ci sono i giovani e le donne, che sono meno attaccabili da seduzioni di corruzione».
Quello che si verifica oggi, mi pare, è che invece i giovani che pensano di cambiare le cose manifestano sfiducia nei partiti, all’interno dei quali non vedono spazi per agire… «
Questo è un fatto importante. Io sto plaudendo, in riferimento alle vicende di Locri, a questi giovani che si sono attivati, però non vorrei che fossero strumentalizzati. Se è sorto questo conflitto tra ragazzi di due orientamenti qualche motivo ci deve essere; credo che lei, che ha seguito bene questa vicenda, mi possa dare ragione. I giovani non devono farsi strumentalizzare, devono mettersi contro tutto e contro tutti. Sciascia, quando gli chiedevano quale deve essere il rapporto tra l’intellettuale ed il potere, diceva: “sempre e comunque contro”. Chi a vent’anni non è rivoluzionario a quaranta è spia… ».
Come valuta, allora, la querela contro i ragazzi di Locri? «Credo che mai bisogna arrivare a questo punto perché il politico ha un’arma che è, appunto, quella della politica. Chi arriva alla querela, evidentemente finisce per perdere di vista il significato stesso della politica, di quella vera. Certo, con alcune affermazioni può essere lesa l’onorabilità, questo è vero, però la querela deve essere l’estrema ratio. Per questo ho delle perplessità sul politico che procede a carte bollate…».
In Calabria la politica gestisce il mercato del lavoro … «Questo discorso è triste ed amaro. Ma questo avviene quando si fanno operazioni clientelari, quando il politico non ricorre all’istituto dei concorsi e si fanno assunzioni per chiamate dirette. Lei ricorda la storia del concorsone? Dall’estrema destra all’estrema sinistra c’erano tutti, tutti. Allora io mi chiedo come si può pensare di offrire un modello alle migliaia di giovani calabresi che dovrebbero vedere nella politica qualcosa di altro? Noi sosteniamo da sempre il valore del merito…».
Come valuta la situazione alla regione, tanti consiglieri indagati… «Tutto torna al discorso della questione morale. Una regione che si trova attraverso i propri rappresentanti ad essere nell’occhio del ciclone giudiziario per cui da più parti si sta chiedendo lo scioglimento del consiglio regionale per collusione con la criminalità non è una regione che naviga bene… Non voglio, però, sparare nel mucchio, per mia formazione culturale sono portato a dire “accertiamo le colpe».
Il presidente Loiero si è lamentato di essere stato lasciato solo… «Questo è un classico, quello dell’uomo solo e tradito. Una volta si diceva “un uomo solo al comando” quando si parlava di Fausto Coppi, ma quello era un uomo solo vincente. La solitudine è la condizione che uno si crea non stabilendo quei nessi e non facendo quelle scelte di persone che abbiano la titolatura adeguata, politica o di competenza morale, per essere buoni compagni di viaggio. Io ho fatto il sottosegretario alla Pubblica Istruzione, in quelle circostanze prima di scegliere i miei collaboratori ci ho messo oltre due mesi. Vede, l’uomo solo al comando, l’uomo tradito sono dei classici che hanno sempre riguardato coloro i quali hanno ritenuto che governare da soli fosse meglio».
Due rimpasti alla fine una sola novità: Naccari non è stato riconfermato e qua ci colleghiamo alle comunali di Reggio. Si è bruciata questa candidatura? «Ciò che avviene in casa della Margherita e dell’Ulivo è per molti versi misterioso. Sono problemi interni loro. Naccari rivendica che attraverso la sua rimozione sia stata emarginata la città di Reggio. Ma questa città ha avuto chi l’ha difesa strenuamente, negli anni ‘70. Chi, pur di difenderla, ha rinunciato ai propri posti di responsabilità, nel senso politico del termine; tre consiglieri regionali di parte democristiana, voglio ricordarlo, vennero radiati e finirono le loro carriere, mi riferisco a Lupoi, Intrieri e Iacopino. Ci fu anche qualcuno, unico e solo, di parte socialista, l’on. Minasi di Scilla; ci fu chi, come il sottoscritto, si mise contro il partito che nella prima fase non era riuscito a capire il significato di una protesta. Uno deve assumersi le proprie responsabilità, compresa quella di pagare un prezzo. Io non faccio mai questioni personali, solo considerazioni critiche, di ordine politico. Quello che sta succedendo alla regione fa parte di una serie di fatti che sono concatenati tra di loro, una vicenda per certi versi pirandelliana. Quella di Naccari non è una cosa a sè stante, rientra nel quadro di un governo che ormai è alla terza stesura ma che non ha, per le contraddizioni interne, lottizzazioni, clientelismo, molta strada davanti. Può continuare a sopravvivere ma la Calabria ne paga un prezzo molto alto. Arrivando a Reggio, noi di As faremo una nostra lista alle comunali. Se troveremo all’interno del centrodestra delle sinergie su questo terreno, faremo assieme il nostro cammino, anche se noi siamo di una destra diversa da quella di oggi, una destra sociale, morale, senza lottizzazioni. Vorremmo che ci fosse una gestione, da un punto di vista politico amministrativo, più chiara, trasparente e lineare che tenga conto degli interessi di tutti i cittadini, soprattutto di quelli con più difficoltà».
Non esclude, quindi, il sostegno all’attuale Amministrazione del sindaco Scopelliti? «Una volta si diceva che il futuro è sulle ginocchia di Giove; lo dicevano i greci. Vediamo che succede, ma la nostra linea è questa».
Come valuta questi cinque anni di gestione del comune, quali luci e quali ombre? «Ci sono luci ed ombre in tutte le umane vicende. Certo Scopelliti si è impegnato e, ad onor del vero, ha dato tanto alla città; però bisogna vedere se il discorso di questo impegno sia possibile inserirlo in un progetto più ampio di una città perché ci sono anche cose criticabili, come quella dei gazebo sul lungomare. Per noi, il punto importante è quello di un progetto, di una città che si muova in una certa direzione, di uno sviluppo anche culturale non legato solo a fatti episodici. Ci sono cose positive, lo ripeto; chi può negare che l’attuale Amministrazione ha avuto anche delle belle intuizioni, però per noi resta un discorso di riflessione, anche critica talvolta, ma che abbia alla base un progetto che veda coinvolte tutte le forze. Il problema è che chi fa politica deve avere la forza di procedere in team, di stabilire anche un rapporto dialettico con l’opposizione. Il muro contro muro io non l’ho mai accettato».
Quali, secondo lei, i problemi da affrontare della città? «I problemi ci sono. Disoccupazione, ad esempio, e periferie. Se ne parla tanto, di queste periferie. Ma poi ci sono questioni riguardanti anche il centro storico, e vanno affrontate con una sinergia che riesca a far coinvolgere la gente. Il centrodestra ha perso tutto in Calabria, dalla Regione alla Provincia. Resta quest’ultimo baluardo della città di Reggio Calabria. Al di là del risultato, che per certi versi può anche apparire scontato, non c’è solo il problema di vincere, c’è anche quello di convincere».
Ha toccato il tasto delle periferie: la critica che viene rivolta spesso a Scopelliti è proprio quella di averle trascurate, privilegiando ad esse il centro… «Io dico, con molta onestà, che non è facile affrontare il tema delle periferie. Sono complesse. Reggio ha un entroterra che in rapporto alla popolazione credo sia uno dei più consistenti in Italia. Vede, tutto nasce dalla “Grande Reggio”, un fenomeno che è durato da noi sei anni e che vedeva aggregati decine e decine di comuni. Abbiamo una periferia, un entroterra che credo non sia facile gestire. Ma al di là di questa attenuante credo, comunque, che ci sia un discorso di responsabilità anche di alcune circoscrizioni. Scopelliti aveva detto: portiamo la periferia al centro; ecco, qualcun altro, polemicamente, dice che ha portato il centro in periferia. Però, ripeto, quello delle periferie è un problema che ha bisogno di un impegno determinato con il coinvolgimento delle circoscrizioni, anche se quelle di colore politico opposto non so quanto saranno disposte a collaborare».
Il centrosinistra, invece, ha bisogno di lavorare molto al suo interno… «Se il centrosinistra non si ricompatta non credo che possa avere delle chance per vincere alle comunali. Comunque, in termini di progettualità, credo che bisogna lavorare affinché questa città non resti chiusa in se stessa ma sia proiettata in questo splendido mare, dove il Pascoli diceva che le “onde greche vengono a cercare le latine”, nel congiungimento tra il mondo jonico e quello tirrenico».
Parla della cosiddetta Area Metropolitana? «Quello era un progetto, un vecchio tema che abbiamo affrontato negli anni ‘60. Un bellissimo progetto. Ricordo che allora ero consigliere comunale quando l’architetto Quaroni prospettò questa idea di una città che doveva essere proiettata verso una sinergia urbanistica con Messina, una proiezione per creare questa città dello Stretto. A questo proposito devo dire che mi dispiace molto che sia stato boicottato il progetto del ponte sullo Stretto. Sbaglia la sinistra, che all’inizio era favorevole. Lo ritengo un grosso errore. Anche con tutti i problemi impatto ambientale, o di altro tipo sarebbe qualcosa di maestoso, un discorso di altissimo livello di prospettiva anche sociale. Penso al ponte di San Francisco o a quello tra Kyoto e Osaka, costruito in una zona sismica. E’ chiaro che qualsiasi cosa si faccia ci possono essere cose che sembrano più urgenti, ma anche quelle che possono sembrare meno urgenti hanno in realtà la capacità di sviluppare degli indotti che fanno scattare meccanismi economici e di coinvolgimento sociale che fanno da traino sicuro. Purtroppo l’Italia non è il paese di Machiavelli, è il paese del Guicciardini, del particolare, delle piccole cose, del piccolo orticello, è amaro dover concludere con questo».
Ultima domanda: perché ha abbandonato la destra di An? «Per la verità io non ho abbandonato la destra, è la destra che ha abbandonato me. Io sono rimasto fedele ai miei principi, alla mia storia, al mio rapporto con la politica. Non si può rinnegare il passato».
E’ un problema anche di democrazia, di un sistema che non era democratico… «Al posto di Fini avrei detto che il fascismo, con le sue luci e le sue ombre, è stato consegnato alla storia, punto e basta. Avrei chiuso lì il discorso. Come hanno fatto i comunisti che non hanno mica rinnegato il loro passato. Poi la dottrina della destra non è il liberismo o il liberalismo, è il corporativismo. Che non è un fatto legato a certe logiche, è la partecipazione, la collaborazione tra le varie categorie. E’ un fatto che è stato patrimonio sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum del 1891 di Leone XIII; Durante il fascismo si è tentato, non si è riuscito; il limite è stato che le nomine avvenivano dall’alto, ecco allora il discorso della democrazia cui lei fa riferimento. Quando sento il presidente del partito di An che parla di egoismi corporativi, però, resto strabiliato. Questa destra va verso l’obiettivo del partito popolare europeo che non è il mio obiettivo. La mia non è una scelta di rifiuto dei tempi moderni, sono un uomo di questi tempi, ma andiamo avanti senza rinnegare la nostra storia. Ci sono valori importanti che si sono persi da recuperare. Non rinnegare nè restaurare, si diceva. Nella storia c’è il bene ed il male, non si può buttare via tutto. In questo senso non sono io, le ripeto che ho abbandonato, la destra ma è la destra che ha abbandonato me, abbandonando certi valori».
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