|
Anno IV - N° 30 - marzo 2007
|
|
|
| HOME
> ARTICOLI |
| :.
indietro |
|
|

Intervista Ismaeel Dawood, co-fondatore della ong irachena Al-Mesalla, partner di "Un Ponte Per…" in numerose iniziative umanitarie Cosa succede oggi in Iraq? di A.Giuseppe D'Agostino
|
Le recenti notizie che giungono dall’Iraq, cui molti tendono a dare sempre meno attenzione, danno sempre più la dimensione di un disastro umanitario e politico che si sta consumando laggiù. L’ultimo rapporto della missione Onu in Iraq sulla situazione dei diritti umani traccia un bilancio sanguinoso del 2006. Durante lo scorso anno, infatti, sono stati uccisi 34.452 civili, con una media di 94 morti al giorno. Un andamento costante, confermato nei mesi di novembre e dicembre, quando le vittime sono arrivate a 6.376. I più colpiti sono stati gli abitanti di Baghdad (4.731 morti solo nell’ultimo bimestre, la maggior parte per ferite da arma da fuoco), ma la violenza non ha risparmiato nessuna zona del Paese. Rammaricata, afflitta e scoraggiata, una parte della comunità mondiale non trova più le parole per definire il senso di smarrimento di fronte a questo disastro. L’ultima notizia che giunge dalle stanze del potere americano è che G. W. Bush, all’inizio del 2007, aveva intenzione di cambiare strategia, affidando ad altri 20.000 soldati americani la ‘pacificazione’ di questa parte di mondo. Il Senato americano ha, però, in sostanza bocciato la strategia ‘bushiana’, decretando il fallimento della sua politica, perlomeno di quella ufficiale, ossia dell’alto compito che si era assunta di portare la pace ad un paese afflitto da decenni di terribile dittatura. Quello indicato come un conflitto “necessario” rischia di apparire sempre più come un atto unilaterale, con quella stessa presunzione che Tacito imputava all’esercito romano in missione di pace nel mondo antico: “…predatori del mondo intero adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione andate a frugare anche il mare. Avidi se il nemico è ricco, arroganti se è povero…”! Cosa succede, quindi, in Iraq oggi? Perchè persone cui noi consegniamo una medaglia d’oro al valor civile in Iraq vengono invece visti come mercenari? Qual’è la verità che non riesce ad emergere dai media di tutto il mondo, ognuno con la sua tesi, chi ridimensiona la tragedia, chi la enfatizza? Dopo anni di dure polemiche il contingente italiano ha abbandonato l’Iraq, lasciandosi alle spalle questi e numerosi altri punti interrogativi anche circa i suoi effettivi compiti ed il suo coinvolgimento nella situazione che si è creata. Ne abbiamo parlato con Ismaeel Dawood, co-fondatore della ong irachena Al-Mesalla, attiva nel campo dei diritti umani.
Ismael, com’è la situazione in Iraq al giorno d’oggi?
«Prendendo Bagdad come punto di riferimento appare chiaro che in Iraq c’è una guerra!».
Sono vere, quindi, le notizie che ci giungono di una guerra civile?
«Andiamo a chiarire le cose: se stiamo parlando di guerre razziali, dove il popolo sunnito va a fare guerra alla popolo sciita, questa non è la verità. Si può considerare che queste sono solo posizioni politiche che si appoggiano su un gergo, sunnita o sciita, e che utilizzano questa matrice politica e la potenzialità di queste divisioni».
Intendi dire, quindi, un contrasto creato ad arte?
«Loro convivono da migliaia di anni, ma oggi vi è un confronto fra l’islam politico sciita e l’islam politico sunnita, che crea incomprensione fra i popoli, che ripeto hanno vissuto insieme per migliaia di anni. È logico che fra loro ci sia qualche differenza ma non è questo il problema».
Abu Ghraib, Falluja, Bassora, hanno aperto una finestra nella realtà irachena che noi occidentali non conoscevamo o fingevamo di non conoscere. Quanto c’entrano queste realtà con la guerriglia che in Iraq sconvolge la popolazione?
«Il fatto è che un trattamento così feroce si può configurare come un iniziativa che spinge sempre più verso l’odio, tutti gli osservatori internazionali hanno confermato questa visione che induce all’odio».
Noi occidentali polemizziamo spesso senza riuscire a distinguere più fra insorti e terroristi. Cosa vuol dire per un iracheno essere terrorista?
«Il problema non è definire la parola terrorista, che è stata usata per legittimare qualche intervento militare e politico, per cambiare un sistema. Noi vogliamo mantenere una visione occidentale di questa parola che ci induce ad evidenziare come l’America stia facendo un terrorismo di stato. Questo ad un livello generale, ma se noi parliamo di attacco all’apparato americano quella io la chiamo resistenza, mentre l’uccisione, il bombardamento, l’attacco ai civili che ogni giorno cercano il pane quello si, è terrorismo».
Il fuoco amico in Iraq uccide civili, giornalisti, bambini Anche dal nostro punto di vista questo è terrorismo, ma non troviamo una via d’uscita. Cosa si può fare per migliorare questa situazione?
«In Iraq si gioca molto sulle parole ed una delle determinazioni maggiori, che questo atteggiamento comporta, è quella di considerare il soldato americano in perenne pericolo, dunque legittimato a rispondere a qualsiasi tipo di minaccia. Faccio un esempio: ci sono dei posti di blocco che non sono visibili,quindi, colui che si avvicina deve immaginare che ci sia un posto di blocco altrimenti si gioca tutto».
Proprio in una situazione simile Nicola Calipari ha perso la vita, cercando di liberare la giornalista Giuliana Sgrena, che indagava sui bombardamenti di Falluja. Secondo te quanto c’è di casuale in questa situazione?
«È molto difficile che sia successo casualmente, improvvisamente. Forse era un messaggio che l’apparato americano voleva dare al governo italiano, in quanto più volte il vostro governo è riuscito a liberare degli ostaggi, quindi si è rivelato capace di rapporti più forti con gli insorti rispetto all’apparato americano. Soprattutto sulla strada dell’aeroporto le cose sono calcolate, non possono accadere casualmente».
Un contractor italiano (Fabrizio Quattrocchi) ha ricevuto la medaglia d’oro al valore civile da parte del governo italiano. Come hanno interpretato questo riconoscimento gli iracheni ?
«Queste persone sono spesso viste come “mercenari” e, quindi, sono in sostanza malviste dalla popolazione irachena che li considera peggio dei soldati americani che vengono in Iraq per fare il loro lavoro, mentre loro sono arrivati nel nostro paese per arricchirsi».
Dopo circa tre anni non si vede ancora una via d’uscita. Qual è il contributo che noi europei possiamo dare all’Iraq?
«La comunità europea, mondiale, deve trovare una soluzione completa solo partendo dalla vera realtà, non rimanendo vincolati ad un’unica visione (che poi è quella americana), ma cercare più interlocutori per uscire da questo disastro».
Il tuo sogno per l’Iraq?
«Il mio desiderio è politico, soprattutto quello di trovare un accordo fra le varie fazioni nel territorio, cercando di integrare anche quelle frange che oggi fanno un’ attività, come voi occidentali la definite, terroristica».
|
| |
|
|
|
|
|

|