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Anno IV - N° 30 - marzo 2007
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Economia
Una regione che continua a perdere, a differenza di altre realtà del meridione, le occasioni per avviare un rilancio
Calabria, dati e perchè di un ritardo
di Dario Musolino
E’ ormai questione empirica assodata e accettata nella letteratura economica che studia lo sviluppo del Mezzogiorno, il fatto che il Sud sia diventato un luogo piuttosto differenziato in termini di sviluppo economico. Ancora 10-15 anni fa le regioni, le province, i territori del Meridione sembravano essere uniti da un comune destino in fatto di sviluppo. Che faceva parlare di una “questione meridionale”, di un Mezzogiorno che indistintamente al suo interno ristagna e crea quel dualismo con il Centronord che per anni ha segnato le mappe mentali degli economisti e dei geografi italiani. Ma dagli anni ’90 in poi, si è notato come le differenziazioni, in termini di dinamica e di livello dello sviluppo, si sono fatte sempre più marcate, sia a livello regionale che a livello provinciale. Certo, il divario con il centronord generalmente rimane significativo, ma esistono ormai aree del meridione (si pensi al Molise, alla Basilicata, a diverse province pugliesi) che hanno agganciato il treno dello sviluppo e hanno contribuito quindi a ridisegnare una geografia dello sviluppo economico meridionale sempre meno “unicolore” e sempre più a “macchia di leopardo”. In questo scenario, la Calabria appare purtroppo come una delle aree di piu evidente e persistente ristagno. La Calabria è una regione in cui sembrano essersi ormai cristallizzati, consolidati i tratti tipici del sottosviluppo del Mezzogiorno. Fattori che persistono ormai da decenni, per i quali le azioni, le risorse investite da vari attori istituzionali e di governo (regioni, Stato, Unione Europea ...), sembrano aver fatto poco perchè fossero eliminati. Tra questi, evidentemente va inserita la criminalità organizzata, tornata recentemente sotto la luce dei riflettori, e che incombe come un macigno sulle speranze e le opportunità di sviluppo dei calabresi. In questa sede proveremo allora, senza pretesa di esaustività, ma semplicemente con il supporto di alcuni elementi empirici, a fare alcune brevi riflessioni sulle dimensioni, le caratteristiche e le ragioni del ritardo di una “tipica” regione del Sud come la Calabria, e sulle possibili prospettive di uscita da questa condizione.
Una regione senza sviluppo e senza occupazione .....
Innanzitutto, cosa è che definisce il ritardo di sviluppo della Calabria? In altre parole, in che cosa consiste, cosa descrive il basso sviluppo della Calabria? Vediamo rapidamente due indicatori sintetici chiave, quali il Pil pro-capite (Nota 1) e il tasso di occupazione(nota 2). In termini di Pil pro-capite, la Calabria presenta un valore (nota 3) di 12.444 €, quando in Italia esso risulta pari a 19.678 €. Rapportando i due valori, si nota che il Pil per abitante della Calabria è pari a poco più del 62% del Pil pro-capite italiano. Si aggiunga che il dato italiano è ovviamente una media del dato riguardante le venti regioni italiane. Se noi volessimo evidenziare il dato riguardante alcune delle regioni settentrionali più sviluppate, vedremmo per esempio che in Lombardia il Pil pro-capite ammonta a 25.330 €, e in Emilia-Romagna a 24.763 €. Il Pil pro-capite calabrese risulta allora pari a meno del 50% del Pil pro-capite di queste due regioni. In termini di tasso di occupazione, si registra che il tasso in Calabria ammonta al 34% (nota 4), mentre in Italia ammonta al 45%. Detto in altri termini, poco più di un calabrese su tre ha un lavoro; quando invece in Italia sono più di quattro persone su dieci ad essere impiegate. Se poi si considerano anche qui regioni come la Lombardia e l’Emilia-Romagna, il tasso supera il 50%. Dunque la Calabria, semplificando molto sulla base degli spunti forniti da questi indicatori, è una regione che produce poco, con un sistema produttivo scarsamente sviluppato, sottodimensionato, e che per questo non offre opportunità di lavoro ai propri abitanti, che, conseguentemente, si trovano nella gran parte dei casi di fronte a un bivio: - emigrare verso altre regioni o altri paesi, cosa che spesso si verifica precocemente, anticipatamente, sin dalla fase della formazione (si va studiare nelle università del centro-nord); - attendere un posto pubblico, “rimanendo a casa” (i disoccupati più abbienti, che possono godere della copertura familiare); oppure vagando tra lavori più o meno precari, più o meno in nero (i disoccupati meno abbienti). In un contesto di scarso sviluppo dell’iniziativa economica privata, il settore pubblico e parapubblico, resta infatti il datore di lavoro di riferimento.
e senza ancora una robusta struttura produttiva ...
Se questo è il difficile stato di fatto, si tratta di cercare di capirne alcune delle ragioni più significative. Andiamo a tale scopo a vedere qualche dato più in dettaglio sulla struttura economica regionale. Sempre dai dati Istat, si osserva come la Calabria risulti una regione con una incidenza del terziario (78%) (nota 5) e dell’agricoltura (6%) superiore a quella mediamente registrata in Italia. Per converso, il settore industriale appare decisamente più ridotto, avendo una incidenza in Calabria del 16% (mentre in Italia è del 27%). Ecco allora un primo elemento interpretativo forte, quanto oltremodo palese (nota 6): la Calabria è una regione che non ha significativamente (mai) sviluppato una propria base industriale, cosa che costituisce la spina dorsale di qualunque forma di sviluppo economico. La “compensazione” occupazionale che potrebbero fornire l’agricoltura e il terziario del resto non si verifica. Il forte peso di questi due macrosettori è illusorio: esso è infatti il risultato della carenza dell’industria, che magnifica l’incidenza di questi macrosettori “residuali”. L’agricoltura calabrese, infatti, per quanto in via di trasformazione e costellata di alcune esperienze di successo (si pensi, per esempio, all’agrumicoltura e alla peschicoltura nella Piana di Sibari), rimane nel complesso ancora a bassi livelli di produttività (e competitività) e con rilevanti sacche di sottoccupazione. Il terziario, dal canto suo, tolto il segmento pubblico e parapubblico, è ancora dominato dai segmenti più tradizionali, meno innovativi e meno funzionali alla sviluppo industriale ed economico (per esempio, la piccola distribuzione). Un secondo elemento interpretativo forte è poi fornito dalle evidenze sulla distribuzione per dimensione del sistema produttivo regionale. Appare infatti netto lo sbilanciamento, più che in altre aree del paese, verso le imprese di piccola dimensione. Le micro-imprese (nota 7) pesano per oltre il 69% in Calabria, contro il 46% dell’Italia (nota 8). Le medie imprese industriali (nota 9) poi, attualmente considerate uno dei motori dell’attuale ripresa dell’economia italiana, registrano (nota 10) non superano in Calabria in numero di otto, su 3.843 di quelle individuate in Italia. Insiste, dunque, sul territorio regionale un tessuto produttivo altamente frammentato, polverizzato (anche in senso geografico, vista l’assenza di significative addensamenti produttivi), che conseguentemente è più debole, economicamente e finanziariamente, meno capace di competere e crescere sui mercati nazionali ed internazionali, quindi e meno rilevante in termini occupazionali.
Una regione che non riesce ad attrarre grandi investimenti ...
Ma a questo punto, chiediamoci: perchè in Calabria non si è creato un robusto tessuto industriale, tale da garantire un livello soddisfacente di occupazione alla popolazione locale? Perchè in Calabria non nascono imprese industriali di una certa dimensione? O, se anche nascono, perchè non si sviluppano avendo importanti effetti occupazionali? Le imprese che nascono e si sviluppano in una regione possono originare in modo esogeno o in modo endogeno. Gli investimenti esogeni sono legati agli investimenti produttivi di imprese esterne, generalmente medio-grandi. Nel passato, grazie anche alla partecipazioni statali, investimenti in Calabria ne sono stati effettuati, ma se alcuni si sono realizzati (Crotone), diversi hanno sostanzialmente fallito (si pensi al centro siderurgico di Gioia Tauro o alla Liquilchimica di Saline Joniche). Di investimenti privati anche non ne sono arrivati in sufficienza, avendo privilegiato gli investitori altre regioni del meridione: si pensi per esempio, ai casi storici di “Etna Valley”, sorta a partire dagli investimenti della St Microelectronics; oppure allo stabilimento Fiat di Melfi in Basilicata; o anche agli investimenti di provenienza straniera realizzati nel campo turistico nel nord della Sardegna (Costa Smeralda). Dai dati Ice-Istat(nota 11), riguardanti gli investimenti diretti esteri in Italia, risalta che nel 2004 la Calabria concentrava appena lo 0,2% delle imprese a partecipazione estera presenti in Italia, la quota più bassa tra le regioni italiane, pari solo a quella del Molise e della Valle d’Aosta. E se non sono arrivati in misura sufficiente nel passato, diversi fattori li tengono oggi lontani e tenderanno ridurli ancora di più nel futuro. I vincoli di bilancio dello Stato, nonchè l’uscita del soggetto pubblico da diversi settori con le privatizzazioni, ridimensionano sostanzialmente la possibilità di interventi diretti dello Stato nell’economia regionale. Le grandi imprese private, del resto, in una epoca di globalizzazione dei mercati, in cui altre localizzazioni diventano strategiche, preferiscono localizzarsi in altre aree, che offrono vantaggi di costo assolutamente incomparabili con quelli che offre una regione come la Calabria, nonchè essere dei mercati di ampiezza notevole e in rapida espansione (Russia e Cina, per esempio).
Né appare in grado di svilupparsi e consolidare la pur vivace imprenditorialità endogena …
Le iniziative d’impresa di origine endogena invece certamente non mancano. Si fa riferimento, in tal senso, alla vivacità imprenditoriale registrata in Calabria negli anni più recenti. Dai dati camerali, viene fuori infatti come negli ultimi anni il sistema delle imprese calabresi si sia sviluppato a tassi superiori alla media nazionale. Prendendo, per esempio, il 2005 e il 2006, si nota come il tessuto imprenditoriale regionale si sia sviluppato rispettivamente al 1.78% e al 2.55%, valori in entrambi i casi superiori non solo alla media nazionale, ma anche alla media delle regioni settentrionali. Il punto chiave da sottolineare è però se questi investimenti sono di dimensioni significative, tali da modificare la composizione del tessuto produttivo regionale estremamente frazionata, aumentando cosi la quota di imprese medie e grandi; e tali da avere impatti occupazionali significativi, anche nel breve periodo. Come anche è necessario capire se le nuove imprese attive nell’economia calabrese, prescindendo dalla loro dimensione, sono in grado di sopravvivere al mercato nel medio-lungo periodo (imprese longeve), o sono solo iniziative destinate poi a spegnersi e morire in breve tempo, non sortendo cosi alcun effetto significativo e duraturo sull’economia e sul mercato del lavoro regionale. Il modesto livello del Pil, la sua dinamica contenuta, e la persistente polverizzazione del sistema produttivo regionale lasciano supporre che, almeno per ora, eventuali effetti positivi di rilievo di questa vitalità imprenditoriale non si sono ancora visti.
A causa delle molteplici carenze “ambientali”, socio-culturali, e istituzionali …
Tra le ragioni che molti economisti indicano per spiegare perché le imprese calabresi e del Sud non hanno avuto e non hanno modo di crescere ed espandersi, vi sono quelle che sono state icasticamente racchiuse nella icastica immagine de “la scatola delle diseconomie esterne” (nota 12). Con questo termine si intende l’insieme di tutti quei fattori, esterni alle imprese (dunque “indipendenti” dalla scelte e dalle abilità imprenditoriali), che agiscono negativamente sull’attività delle imprese stesse, facendone lievitare i costi di produzione e peggiorando l’efficienza e la qualità dei processi e dei prodotti, rendendole quindi meno competitive; oppure precludendone perfino la nascita (o, una volta nate, l’ulteriore sviluppo). Aprendo questa “scatola”, si trovano infatti diverse “sorprese”
: - la scarsa e inefficiente dotazione infrastrutturale (non solo infrastrutture di trasporto, ma anche per esempio le reti idriche ed elettriche), che in una regione dalla geografia fisica poco agevole come la Calabria, gravano sull’attività di impresa in misura considerevole. La Calabria si trova in fondo alle classifiche dell’Unione europea in fatto di accessibilità, per tutte le modalità di trasporto (stradale, ferroviaria e aerea)1 (nota 13). L’esempio dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e le note vicende ad essa legate, sono il più tipico esempio della difficoltà della Calabria di dotarsi di una adeguata dotazione infrastrutturale;
- la scarsità di capitale umano, o anche l’eccesso di capitale umano non direttamente funzionale alle esigenze del sistema produttivo. Si pensi, per esempio, ai laureati, un segmento di alta formazione che proprio i fenomeni migratori accennati prima tendono a prosciugare; e si pensi poi all’eccesso di laureati in facoltà umanistiche, meno direttamente utili a coprire quelle posizioni lavorative tipicamente più richieste dalle imprese industriali;
- la mancanza di cultura imprenditoriale, che si associa ad una storica composizione, una stratificazione della società meridionale in cui gli imprenditori e l’imprenditorialità hanno avuto debole peso e scarso prestigio. La densità imprenditoriale (nota 14)in Calabria (pari a 7,7), inferiore a quella media nazionale (8,8) e a quella di regioni italiane più sviluppate, è un segnale interessante della più bassa propensione alla iniziativa imprenditoriale della popolazione calabrese.
- le carenze, le inefficienze, della macchina amministrativa pubblica;
- la presenza della criminalità organizzata, un fattore considerato ormai decisivo per comprendere le difficoltà degli imprenditori calabresi. E’ sufficiente fare riferimento, in tal caso, agli accorati e drammatici appelli lanciati negli ultimi mesi dal Presidente degli industriali calabresi, Filippo Callipo, in materia di intimidazioni mafiose agli imprenditori locali.
Quali le opportunità per uscire dal tunnel?
Esistono prospettive oggi per ribaltare la situazione? E quali? Le prospettive si legano evidentemente alla capacità di “forzare” quella scatola delle diseconomie esterne, ed eliminare, o almeno ridimensionare, quei vari fenomeni che la definiscono. Dunque, combattere la criminalità organizzata, infrastrutturare il territorio concentrandosi su opere di effettivo potenziamento e allargamento del network piuttosto che su opere mastodontiche dal più incerto impatto, orientare meglio l’alta formazione e diffondere, far crescere una nuova cultura e una più ampia classe imprenditoriale, sono le politiche strutturali che a tutti i livelli di governo (regionale, nazionale, comunitario) vengono ormai chiaramente condivise e realizzate. E’ evidente però che tali politiche incidono su fattori strutturali, che richiedono tempi lunghi per essere modificati per beneficiare cosi l’economia regionale.
Dunque, se è vero che finora, dato il persistente divario di sviluppo con altre regioni, le politiche finora realizzate non hanno prodotti quei risultati che ci si attendeva, è anche vero che per vedere gli effetti finali di queste politiche, per valutare la loro efficacia, si dovrà aspettare probabilmente ancora. Nel frattempo, chi osserva le questioni della sviluppo economico calabrese, intravede dei segnali incoraggianti, delle opportunità, (o anche delle “eccellenze”, si direbbe oggi) arrivare da diversi fronti. Che, seppur ancora limitati e flebili nella loro rilevanza ed impatto economico, sono certamente promettenti per i loro potenziali effetti diretti e indiretti:
- il Porto transhipment di Gioia Tauro, ai vertici nel Mediterraneo in fatto di movimentazione container (1.870.000) (nota 15),e che offre lavoro, in modo diretto e indiretto (indotto), a circa 1.500 persone (nota 16). Una iniziativa nata circa dieci anni fa e che sfrutta abilmente la localizzazione e le dimensioni di una struttura portuale adatta ad ospitare le grandi navi porta-container che coprono le rotte transoceaniche tra Europa e Estremo Oriente;
- il consolidamento del settore turistico, che si esprime sopratutto attraverso la performance di alcuni sistimi turistici locali, quali per esempio quelli di Tropea-Capo Vaticano e dell’Alto Jonio Cosentino (nota 17);
- la crescita delle Università calabresi, istituzioni che tipicamente hanno il potenziale di beneficiare il territorio in termini di capitale umano, innovazione e impatto economico. La Università regionali, infatti, hanno una attrattività nel “mercato” studentesco che ha ormai robuste dimensioni extralocali (nota 18); ed, inoltre, ottengono dei risultati significativi nella creazione di spillover utili al territorio. Il dato sugli spin-off è in questo senso estremamente indicativo (nota 19): sono quasi venti, infatti, gli spinoff creati dagli enti pubblici di ricerca calabresi fino al 2006 (nota 20), una cifra assoluta superiore a quella di regioni come la Sicilia, il Lazio, la Sardegna, l’Abruzzo, la Campania.
- Alcune esperienze di buona amministrazione degli ultimi decenni, che hanno elevato la vivibilità di diverse città e province: su tutte, Reggio e Cosenza. Le indagini periodiche più significative in materia (nota 21) evidenziano in particolare la performance di Cosenza. L’indagine di Legambiente pone per esempio Cosenza al 41esimo posto nella classifica di tutti i capoluoghi di provincia italiani. Facendo infine qualche ultima riflessione, di natura macroterritoriale e strategica, sul lungo periodo, si osserva come la geografia “ha donato” alla Calabria sì una perifericità nell’Europa continentale, ma anche una centralità nel bacino euro-mediterraneo. La Calabria (come del resto la Sicilia) è sostanzialmente al centro sia dell’asse Est-ovest che idealmente attraversa in modo longitudinale il Mar Mediterraneo, sia dell’asse Nord-Sud che corre lungo la penisola fino ai paesi del Nordafrica. Il porto transhipment di Gioia Tauro rappresenta già una chiara “concretizzazione”, uan realizzazione di questo vantaggio localizzativo di cui gode la Calabria, con riferimento al settore della logistica e dei trasporti. In un futuro bacino euro-mediterraneo pacificato e indirizzato verso il sentiero della intensificazione degli scambi commerciali e dello sviluppo, sarebbe limitativo non vedere in questo elemento “naturale” delle enormi potenzialità per tutta l’economia della regione.

Note
1 - Misura il valore relativo della produzione economica . E’ un indicatore che, in senso più ampio, rende conto della performance di un sistema economico, del livello di sviluppo di un moderno e competitivo sistema produttivo.
2 - Questo indicatore misura invece la domanda di lavoro, ovvero l’ “impatto” del sistema economico regionale sul mercato del lavoro. In parole povere, potremmo dire che segnala la capacità di un sistema produttivo di offrire una occupazione, un impiego alla popolazione di una regione (e non solo, nei casi di maggiore sviluppo .... ).
3 - Al 2002, ultimo anno disponibile.
4 - Al 2002, ultimo anno disponibile
5 - In termini di Valore aggiunto ai prezzi base (2002).
6 - E’ sufficiente girare per la regione per non vedere alcun segno (stabilimenti, magazzini .... ) di quell’industrializzazione, cosi frequenti e familiari nelle regioni sviluppate del centro-Nord e ormai diffusi in diverse zone del Sud.
7 - Da 1 a 9 addetti.
8 - Al 2001, in termini di addetti (dati Istat).
9 - Ovvero, secondo questo studio, le società di capitali con un numero di addetti compreso tra 50 e 499 e con un fatturato compreso tra 13 e 260 mln di euro.
10 - Dal Rapporto Unioncamere del 2005 (su dati 2001).
11 - Rapporto ICE 2005 - 2006 ("L'Italia nell'economia internazionale").
12 - Che ha anche contribuito a scoraggiare gli investitori esterni!
13 - Si veda Commissione Europea (2004), Terza relazione sulla coesione economica e sociale.
14 - Numero di imprese attive (al 2005) in rapporto alla popolazione residente.
15 - Nel 2006.
16 - Si veda portodigioiatauro.it.
17 - Si consderi, per esempio, che i flussi turistici nella provincia di Vibo Valentia (entro cui ricade l’area di Tropea)17 hanno per esempio visto un aumento tra il 1998 e il 2004 del 47%.
18 - Nell’anno accademico 2006/07, per esempio, il 37% circa degli studenti inscritti alle università calabresi sono fuori sede, una percentuale superiore a quella riguardante le università di altre regioni meridionali con più antiche tradizioni di alta formazione, quali la Campania e la Puglia. Si veda www.miur.it.
19 - Si veda A. Piccaluga (2007), “La nascita di imprese nelle università italiane: quante e in quali settori”, presentazione, Firenze.
20 - 10 dalla sola Università della Calabria.
21 - Qualità della vita a livello provinciale del Sole 24ore; ed Ecosistema urbano, sui comuni capoluoghi di provincia di Legambiente.  
 

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