Il popolo dell’Unione di Reggio Calabria comincia a fare un po’ di conti, non solo numerici, con i suoi elettori. Le Primarie di domenica 4 febbraio hanno confermato, la vera novità sarebbe stata il contrario, le indicazioni dei due partiti di maggior peso, quelli dell’Ulivo, sancendo il diritto del candidato da essi indicato, Edoardo Lamberti Castronuovo, di sfidare il sindaco uscente Giuseppe Scopelliti. I votanti sono stati 6.735 reggini che hanno distribuito così le loro preferenze: 3524 a Lamberti, 2439 a Nuccio Barillà, 727 a Giuliano Quattrone. Completano il quadro poche decine di schede bianche e nulle. Toni trionfalistici dei vincitori hanno salutato questo esito come una vittoria della democrazia, mettendo in risalto come sia stato il popolo a scegliere. Dati alla mano, però, qualche riflessione più realistica sul valore e sulla rappresentatività di questo tipo di elezioni Primarie bisognerebbe avere il coraggio e l’onestà intellettuale di farla, visto che raramente danno indicazioni diverse da quelle dei partiti più influenti. Pensare che meno di settemila persone possano rappresentare un popolo, seppur riferito solo all’elettorato del centrosinistra reggino, appare quantomeno dubbio. Ed il fatto che di questi praticamente solo la metà abbia scelto uno dei contendenti, Lamberti, non giustifica certamente né i toni trionfalistici dei suoi sostenitori né lo status di “unto dal popolo” con cui si cerca di vestire un candidato che, nei fatti, non ha mai suscitato entusiasmo e continua a non suscitarne. Tra la gente prima di tutto, ma pare anche tra gli stessi partiti che lo sostengono e che sono arrivati alla proposizione del suo nome solo dopo aver visto fallire ogni altra alternativa, dopo aver tentato l’accordo su altri probabili candidati, nessuno dei quali disposto a giocarsi la faccia in elezioni il cui esito, da tempo, viene dato per scontato a favore del sindaco uscente. Tali partiti sono riusciti, con questa candidatura, a trovare una quadratura del cerchio per molti versi mirabile, realizzando in pratica anche un disimpegno che già avevano manifestato in precedenza, con una opposizione blanda in consiglio comunale. Hanno trovato, in sostanza, chi, senza neanche incidere più di tanto sui loro provati bilanci, ha i mezzi economici e televisivi oltre che l’ambizione personale per fare praticamente tutto da solo. Ma siccome neanche il più egocentrico degli uomini può pensare di bastare a se stesso, evidentemente fiutando il rischio di fare un po’ da vittima predestinata, il buon Lamberti ha già iniziato ad invocare la presenza di tutti i big nella dura battaglia verso Palazzo San Giorgio, richiamando tutti ad un impegno comune. In questo senso i prossimi giorni e la composizione delle liste saranno sicuramente molto indicativi delle reali intenzioni di questo centrosinistra di competere con l’attuale Amministrazione comunale. Fino ad ora, comunque, al di là della retorica elettorale, l’Ulivo ha conseguito un risultato sicuramente non all’altezza delle proprie aspettative e delle forze di cui dispone, considerato oltretutto che sono scesi in campo anche il viceministro dell’Interno Marco Minniti (un altro che quanto a consenso popolare non gode di grande fiducia, avendo sempre perso ogni qualvolta si è presentato direttamente in competizioni elettorali), venuto appositamente da Roma per votare, ed il Presidente della regione Calabria, Agazio Loiero. Insomma, le premesse per non suscitare simpatie c’erano già tutte. Con loro molti altri esponenti politici e non, in uno schieramento di forze definito “impressionante” da Michelangelo Tripodi che ha commentato con soddisfazione, a questo proposito, il risultato di Nuccio Barillà, sostenuto da Rifondazione comunista, Pdci e Laboratorio Sociale; un’affermazione, ha detto, ottenuta «malgrado sulla carta il confronto fosse impari». Ed è un successo che va oltre quello che dicono i numeri, questo di Barillà, che è un candidato che incontra sicuramente un consenso popolare che manca invece al prescelto dell’Ulivo che, per quanto si sforzi, non riesce ad entrare nel cuore della gente. I 3524 voti per Lamberti rappresentano, insomma, appena il 52% delle preferenze. Poco per quello che dovrebbe rappresentare il candidato di punta dell’intero centrosinistra. Poco se si considera che i suoi due avversari “interni” insieme sommano 3166 preferenze. Ancora più poco per chi vuole parlare di investitura popolare, per la quale occorrerebbero ben altri numeri, molto più consistenti. Lo stesso Lamberti, che evidentemente capisce che non può considerare un successo i numeri di cui dispone, come sempre prodigo di belle parole e retorica, ha cercato di sviare affermando che «la soddisfazione più grande non sta nel risultato, non è di poter dire “abbiamo vinto”, bensì registrare quasi 7 mila persone al voto». Ma non sono solo i numeri insufficienti a non stare dalla sua parte. Perchè la politica non è fatta solo di matematica, di somme o sottrazioni. E’ fatta di gente. Peccato che certi partiti sempre più spesso se ne dimentichino al momento di indicare i loro candidati, così da trasformare le famose interpartitiche in riunioni fra contabili dove si dividono le poltrone e si sommano i voti che ognuno porta, invece, magari, di pesarli. Ed è proprio sul terreno del consenso popolare che la sinistra rischia una clamorosa disfatta, contro un sindaco attaccabilissimo su tanti fronti ma che, invece, proprio su questo terreno ha uno dei punti di forza tra i suoi sostenitori. La vittoria elettorale si costruisce, non vogliamo fare troppo gli idealisti, certamente con la gestione del potere, che in Calabria si evidenzia soprattutto con il monopolio del mercato del lavoro da parte della politica; ma anche con il consenso popolare, e sembra strano che, nella scelta del candidato, l’Ulivo non abbia tenuto conto di questo elemento. Perché la responsabilità non può essere attribuita solo a Lamberti: il centrosinistra è riuscito a dissipare, anche a suon di comunicazioni giudiziarie di molti suoi esponenti regionali, un patrimonio di consensi che lo aveva portato all’exploit clamoroso delle scorse regionali. Oggi si limita a gestire i suoi elettori piuttosto che a rappresentarli, a parlare per convincerli delle proprie decisioni piuttosto che ascoltare le loro indicazioni, incapace di percepire le sensazioni che la gente comunica. E si accontenta di agitare lo spauracchio dell’avversario, si chiami Berlusconi o Scopelliti, piuttosto che distinguersi e proporre. Insomma, qualche domanda dovrebbero porsela gli esponenti del centrosinistra visto che le critiche più feroci nei loro confronti non vengono dagli avversari politici, ma dai loro stessi elettori, sempre più delusi che entusiasti. La realtà, oggi, è che il popolo dell’Unione, che non è solo quello sbandierato in queste primarie dai partiti, sperava di poter evitare di dover scegliere tra Lamberti e Scopelliti. La verità è che ci troviamo di fronte ad un sindaco uscente ingigantito più dai demeriti dei suoi avversari che dalle proprie capacità e realizzazioni. E la verità è che l’affermazione, relativa, di Nuccio Barillà e gli oltre settecento voti ottenuti da Quattrone, i quali con molta correttezza hanno dichiarato comunque lealtà ed appoggio al vincitore, hanno rappresentato un risultato non inatteso per chi vive la città, conosce il gradimento della gente che, per quanto continuino a dire i partiti dell’Ulivo, continuano a non digerire per nulla la candidatura dell’editore di Rtv. Sembrano molto lontani i tempi di Italo Falcomatà, quando furono gli elettori di centrodestra a trovarsi di fronte ad una dilemma: votare o meno un buon candidato nonostante appartenesse alla sinistra. Oggi sono gli elettori di sinistra a porsi il problema opposto: votare o meno il proprio partito nonostante non ne gradiscano il candidato.
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