«Intrecci politici e culturali che rendono più faticosa la marcia dei diritti »

Categoria »  Stefano Rodotà
Scritto da Gianfranco Cordì - Data: Sunday, September 17, 2006
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Remo Bodei e Stefano Rodotà, nella Chiesa di San Carlo, hanno tenuto ieri sera (Sabato 16 Settembre 2006, ndr) un dibattito (peraltro molto seguito ed affollato) che ha avuto per argomento «i Diritti Umani». Oggi, Rodotà entra nell’ Ufficio Stampa per dialogare su questi ed altri temi. Gli chiedo:

Antonio Cassese ha parlato di una «Lenta marcia dei diritti». A che punto siamo, Prof. Rodotà?

«Quello dei diritti è un problema anche di attualità. Ma è soprattutto un tema classico che ha i suoi limiti negli interessi di mercato. Perché il mercato rappresenta comunque lo strumento di compenetrazione degli interessi. Ed in virtù di questo: si creano delle situazioni di grande difficoltà anche sul piano dei diritti. Perché? Viene semplicemente detto: voi non potete ingerirvi nelle nostre faccende interne. E per nessun motivo. A Seattle, nel 1999, uno dei temi affrontati fu quello di una globalizzazione che non mortifichi i diritti ma li diffonda. In quell’occasione il delegato thailandese (parlando a nome dei Paesi in Via di Sviluppo) disse: noi non accettiamo la pretesa di alcuni Paesi di imporre degli standard di diritti perché questo ci renderebbe meno competitivi. Dunque, ci sono notevoli resistenze da parte di alcuni governanti che non vogliono riconoscere nemmeno i diritti fondamentali . Io credo che queste pretese siano comprensibili nel breve periodo ma non devono costituire un vincolo, ne etico ne morale. Si ricorda? Alcuni anni fa Nike e Adidas furono messe sotto accusa perché le scarpe che producevano venivano fatte dai bambini. Ne nacque una rivolta etica. Bene, Nike ed Adidas furono costrette ad introdurre alcune misure di tipo etico nella loro produzione. La marcia dei diritti non può dunque essere trascurata. E non è solo una questione da sottoporre all’attenzione degli Stati del mondo. Essa richiede anche che nascano delle iniziative da parte dei cittadini. Come il commercio equo e solidale».

In genere quando si parla di diritti viene subito in mente l’aspetto culturale della questione, Lei invece ha posto l’accento principalmente sull’aspetto economico; come mai?

«Vede, la crescita di alcuni paesi è data dalle loro potenzialità a poter crescere. I diritti dei lavoratori non sono presi in considerazione affatto in alcuni paesi. E poi: i diritti costano. Il costo del lavoro (amputato dalla sua componente sociale) rende più competitivi. Accanto all’aspetto politico c’è dunque anche l’aspetto economico. Le aziende delocalizzano per ottenere dei prodotti ad un costo inferiori. Ci sono dunque intrecci politici e culturali che rendono più faticosa la marcia dei diritti! Ma io sono fiducioso. Io credo che non bisogna solo delegare tutto questo ai governanti locali ma anche ai cittadini».

In base a quale diritto noi Occidentali imponiamo i diritti umani alle nazioni che non li rispettano?

«Prendiamo l’infibulazione femminile. L’Egitto, che conosce in alcune sue zone questa pratica, ha appena approvato una legge in materia. Una legge contro l’infibulazione. Anche in Italia è stata approvata una legge in materia. Non si deve avere nessuna indulgenza nei confronti di queste pratiche ma si deve operare in maniera culturale. Si deve operare sulle persone! Negli Stati Uniti alcune donne hanno ottenuto asilo politico per difendersi dall’infibulazione praticata nei loro paesi d’origine… In India e in Cina esiste ancora l’aborto selettivo delle bambine. Che è un infanticidio. Oggi, nonostante l’ecografia, questa pratica culturale sopravvive ancora in quei posti. Certo, l’India ha approvato una legge molto severa. Questa legge dice: i dati delle ecografie non possono essere comunicati! In Italia, le norme più rigorose in materia di procreazione assistita, ad esempio, sono aggirate in termini di turismo procreativo. Nella globalizzazione, è chiaro, esiste più comunicazione che prima. Per cui oggi la consapevolezza in termini di diritti è più accentuata. Ciononostante io sono dell’opinione che è anche necessaria un opera molto forte a livello giuridico internazionale. Ci vogliono strumenti giuridici rilevanti. Ma si deve agire soprattutto sul piano culturale e su questo si deve lavorare… Sì, si deve lavorare…».



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